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	<title>Genitorialità | Dott.ssa Alessia Vecchio</title>
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	<description>Consulenze psicologiche online</description>
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	<title>Genitorialità | Dott.ssa Alessia Vecchio</title>
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		<title>L’importanza della sicurezza relazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 07:44:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[La sicurezza relazionale è uno dei fattori più importanti delle relazioni, quello che viene cercato e desiderato come maggiore intensità. Ma che cos’è la sicurezza relazionale?  Quanto conta all’interno delle relazioni? Da dove ha origine e come si accresce nel corso della vita?]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>La sicurezza relazionale è uno dei fattori più importanti delle relazioni, quello che viene cercato e desiderato come maggiore intensità. Ma che cos’è la sicurezza relazionale?&nbsp;&nbsp;Quanto conta all’interno delle relazioni? Da dove ha origine e come si accresce nel corso della vita?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Scopriamolo all’interno di questo articolo.&nbsp;</em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sicurezza relazionale: significato e teorie</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Se dovessimo fare una classifica degli elementi più significativi all’interno dei rapporti, siano essi familiari, di coppia, amicali e di colleganza, tra i primi posti ci sarebbe sicuramente la sicurezza relazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1991 Sandler affermava che è <strong>il bisogno di&nbsp;sicurezza relazionale l’organizzatore motivazionale principale della vita mentale</strong>, includendo in esso anche ogni altro bisogno compreso quello attinente alla ricerca del piacere.</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Teoria dei bisogni di Maslow</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">Abraham Maslow, nella sua classificazione gerarchica della motivazione, inserì la sicurezza come uno dei bisogni fondamentali dell’uomo. Egli ideò la famosa <strong>piramide dei bisogni</strong>, alla cui base ci sono i bisogni primari fino ad arrivare  alla parte apicale, dove si staglia il bisogno di realizzazione di sé. Solo se vengono soddisfatti i bisogni dello step precedente potranno essere soddisfatti i bisogni successivi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al primo gradino della piramide troviamo i <strong>bisogni fisiologici</strong>, come fame, sete, riposo. Se questi verranno soddisfatti la persona sarà motivata a ricercare la seconda trance di bisogni primari ovvero i <strong>bisogni di sicurezza</strong>: sicurezza fisica (assenza di pericoli), sicurezza economica, sicurezza legata alla salute, sicurezza relazionale (in particolar modo legata ai rapporti familiari).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Subito dopo troviamo il <strong>bisogno di appartenenza</strong>, legato alla necessità della persona di creare dei legami significativamente affettivi. Ciò si collega spontaneamente al <strong>bisogno di stima</strong> che viene autodiretto (autostima, autoefficacia) ed eterodiretto (la persona stima e rispetta l’altro).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo step della piramide accoglie il <strong>bisogno di autorealizzazione</strong>, che spinge la persona a mettere in campo le personali risorse per raggiungere i propri obiettivi.&nbsp;</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="715" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/08/piramide-maslow-1024x715.png" alt="" class="wp-image-33379" srcset="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/08/piramide-maslow-980x684.png 980w, https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/08/piramide-maslow-480x335.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Sicurezza vs Pericolo</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza, dunque, è importante, ma dobbiamo aver a che fare anche con il suo opposto, ovvero il <strong>senso di pericolo relazionale</strong>.&nbsp;Spesso, infatti, oscilliamo tra il pericolo e la sicurezza del legame: da un lato viviamo l’angoscia del legame enfatizzato da una cultura individualistica che sottolinea quanto sia terrifico stare dentro un rapporto che incatena a scapito della libertà personale; dall’altro&nbsp;siamo alla continua ricerca del senso di sicurezza, ovvero di una base stabile che attribuisca un senso alla nostra natura relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non stiamo parlando della flaccida sicurezza che si mantiene all’interno di rapporti abitudinari e spenti, ma di una <strong>sicurezza dinamica la cui forza è stabilita dalla possibilità di mantenimento del legame nonostante le separazioni, i conflitti, le rotture temporanee</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, in realtà la questione non è un conflitto monopersonale: pericolo vs sicurezza, ma una dialettica bipersonale: pericolo e sicurezza (Castellano, Bonucci, 2017).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovvero, la sicurezza relazionale può essere percepita solo confrontandosi con il pericolo: <strong>solo se il rapporto sperimenta l’incertezza avremo la certezza della sicurezza</strong>. Solo se nonostante le crepe la relazione si mantiene stabile, si avrà la consapevolezza che quel legame è sicuro.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sicurezza relazionale: origini</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza relazionale non dipende solo da noi, dall’altro, dalle dinamiche intrinseche di quella specifica relazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è una caratteristica dell’individuo, ma descrive la natura di una connessione interpersonale</strong> (Siegel 2012), che deriva soprattutto dalle esperienze relazionali infantili le quali fungono da stampo che modella le relazioni adulte.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Interazioni ripetute con Altri significativi, capaci di protezione e sostegno, tendono a produrre un senso relativamente stabile di sicurezza nell’attaccamento (per esempio, la sensazione di poter fare riferimento, per poter ottenere protezione e sostegno, alle persone più vicine; di poter esplorare l’ambiente in modo sicuro ed efficace; di stabilire relazioni soddisfacenti con gli altri),&nbsp;che in vari modi conduce allo sviluppo di un modello di sé stabile e positivo e a una serie di strategie di regolazione affettiva riuscite e in buona parte autonome (Mikulincer, Shaver 2004).</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Da questo back-ground evolutivo e relazionale si sviluppa la personalità adulta che è autonoma anche perché capace di fidarsi, chiedere aiuto, appoggiarsi e collaborare con gli altri, avendo strutturato il senso della propria sicurezza in riferimento tanto a figure di accudimento internalizzate, quanto a figure di riferimento esterne (Caretti, Barbera 2005). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando siamo piccoli impariamo le regole relazionali attraverso le interazioni con le figure di accudimento, apprendiamo l’amore attraverso ciò che riceviamo: attenzioni, carezze, interesse dell’adulto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La qualità dell’accudimento materno dà un chiaro contributo alla sicurezza.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">“La mente si organizza fin dai primordi per fornirsi, a partire dagli stimoli offerti dall’ambiente, di oggetti interni in grado di garantire legami affettivi e sicurezza relazionale&nbsp;da un lato, e di conseguenza continuità esperienziale dall’altro” (Dallanegra 2005). </p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza relazione e la continuità esperienziale sono imprescindibili affinchè il bambino (e l’adulto poi) possa affrontare adeguatamente le esperienze di temporanea insicurezza e discontinuità.&nbsp;</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>La sensibilità materna</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">La&nbsp;<strong>sensibilità materna</strong>, la capacità della madre di rispondere adeguatamente alle manifestazioni di disagio del bambino, una stimolazione adeguata, la sincronizzazione interazionale e il calore, il coinvolgimento e la responsività si sono rivelati tutti predittori della sicurezza dell’attaccamento in moltissimi studi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il concetto di “sensibilità” materna è stato elaborato da Mary Ainsworth (1979): un comportamento di cura sensibile consiste nella capacità della madre di percepire i segnali del bambino, di comprenderli e di rispondervi in modo adeguato. La risposta materna per essere definita di “responsività sensibile” deve inoltre essere rapida, entro un tempo di frustrazione che sia sopportabile per il bambino.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mamma e bambino fanno parte di un sistema di comunicazione affettiva dove le reazioni all’esperienza affettiva di un partner sono determinate dall’espressione affettiva dell’altro e viceversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo fin dai primissimi mesi di vita.&nbsp;</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo still face</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo psicologo Edward Tronik ha studiato gli esiti delle interazioni mamma-bambino attraverso la procedura sperimentale definita still face o paradigma del volto immobile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La procedura è utilizzata con neonati (1-4 mesi di vita) posti di fronte alla mamma. Inizialmente i due interagiscono normalmente, poi alla mamma è richiesto di tenere il volto immobile, impassibile, con espressione emotiva neutra e di non rispondere alle sollecitazioni di interazione del bambino. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa accade quando la mamma si immobilizza?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dopo circa una ventina di secondi, durante i quali il piccolo sollecita la mamma all&#8217;interazione, il bambino modifica il proprio comportamento:&nbsp;</strong>assume un’espressione seria, la bocca diventa cadente, si agita, distoglie lo sguardo. In pratica, si ritira dall’interazione come se vi rinunciasse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è osservato che se la ripresa dell’interazione, dopo il volto immobile, avviene in meno di 30 secondi il bambino assume il suo tipico comportamento e le interazioni genito-filiali si riattivano senza conseguenze. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Mentre, se il volto immobile si prolunga oltre i 3 minuti si attiva uno schema di ciclicità negativa e di disagio, che persiste anche durante la normale interazione successiva madre-bambino.</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sicurezza relazionale: caratteristiche</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Il dialogo affettivo ed emozionale tra adulto significativo e bambino è il nucleo centrale nella costruzione del futuro senso di sicurezza personale e relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, se il bambino è cresciuto in un ambiente sereno, privo di alte dosi di conflittualità, con accanto un genitore che ha fornito cure sensibili e amore, in età adulta la persona sarà capace di donare agli altri; viceversa, se il bambino non ha ricevuto sufficienti attenzioni amorevoli svilupperà probabilmente una certa insicurezza su di sè e sulle relazioni. Da adulto tenderà a continuare ad attendere che l’altro dia qualcosa, ovvero tutto quello che hanno tanto atteso da piccoli senza mai ottenerlo.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Si sentirà a credito relazionale e per questo il Focus sarà puntato su trovare cure e attenzioni che possano colmare antiche manchevolezze.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">In particolare, chi ha avuto modo di sperimentare la sicurezza relazionale fin dalla nascita sembra presentare le seguenti caratteristiche:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Si considera degno di amore</li><li>È consapevole delle proprie fragilità, senza fuggire da esse&nbsp;</li><li>Rispetta le differenze tra sé e gli altri</li><li>Non sente l’esigenza di primeggiare a tutti i costi</li><li>Si sente libero di compiere scelte personali</li><li>Tende a non giudicare gli altri</li><li>Emerge una certa tranquillità nella creazione dei legami</li></ul>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Ma, quindi, è già tutto scritto e immutabile? Se ho avuto un passato difficile non avrò mai la possibilità di sperimentare legami relazionali sani?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh assolutamente non è tutto definito, bensì trasformabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante, inoltre prendere in considerazione diverse variabili che hanno contribuito alla determinazione del senso di sicurezza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I legami con le figure di attaccamento sono fondamentali, ma hanno importanza anche: la relazione di coppia dei genitori; i rapporti che il bambino ha sperimentato con altri adulti significativi (nonni, zii…); la rete sociale in cui la persona ha vissuto (scuola, sport, amici…), i rapporti adulti presenti (amici, partner).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La creazione di altri rapporti nutrienti e sicuri offre l’opportunità di coltivare la piccola piantina di sicurezza che il soggetto porta in eredità dalle relazioni primarie, per rinforzarla.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoro sarà più lungo e faticoso, ma la pianta può sicuramente germogliare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il legame con lo psicoterapeuta può fungere da temporanea base sicura. L’attaccamento all’interno della relazione terapeutica rappresenta una base importante per il processo di cambiamento.</p>



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<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Maslow A., (2010) Motivazione e personalità, Armando Editore</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Castellano R., Bonucci C., (2017) Una poltrona per tre. Pazienti e analista nella terapia di coppia, Franco Angeli&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Siegel D., (1999) La mente relazionale, Raffaello Cortina Editore</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">MIKULINCER, M., SHAVER, P. R. (2004), Security-Based Self-Representations in Adulthood: Contents and Processes, in RHOLES, W. S., SIMPSON, J. A. (a cura di), Adult Attachment. Theory, Research, and Clinical Implications, The Guilford Press, New York: 159-195).</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Caretti, V., LA Barbera, D. (a cura di, 2005),&nbsp;<em>Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia</em>, Raffaello Cortina.&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Telfener U., (2007) Le forme dell’addio. Effetti collaterali dell’amore, Alberto Castelvecchi Editore</p>
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		<title>Che paura aver paura!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2021 10:23:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>
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					<description><![CDATA[Noi adulti possiamo non gestire nella maniera più efficace le paure dei bambini reagendo in modo tale che esse si cristallizzino o aumentino d’intensità. 
Così anche il bambino avrà paura di aver paura.
In questo articolo propongo 5 consigli per gestire efficacemente le paure dei bambini. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Capita spesso che un granellino di sabbia, se affrontato con ansia e preoccupazione, possa trasformarsi in una montagna invalicabile.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Allo stesso modo, noi adulti possiamo non gestire nella maniera più efficace le paure dei bambini reagendo in modo tale che esse si cristallizzino o aumentino d’intensità.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Così anche il bambino avrà paura di aver paura.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Invece, è utile gestire insieme ai bambini le loro paure, ricordandoci che sono naturali, evolutive e per nulla nocive. </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">L’emozione della paura</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La paura è un’emozione primaria ed universale che appartiene a tutti gli esseri umani e animali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le reazioni psicofisiche a tale sensazione sono riconoscibili e simili per tutti:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>la frequenza respiratoria aumenta,</li><li>il sangue viene diretto nei muscoli e altri parti del corpo che richiedono energia supplementare per la corsa e la lotta,</li><li>le pupille si dilatano,</li><li>tachicardia,</li><li>la mente è concentrata solo sulla situazione da affrontare.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò prepara il corpo a 3 tipologie di reazioni, le 3 F:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Fight</strong> (attacco) il corpo usa tutte le energie disponibili per iniziare il combattimento.</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Flight</strong> (fuga) se la situazione viene valutata come impossibile da affrontare perché troppo rischiosa è più utile fuggire.</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Freezing</strong> (congelamento) immobilità che permette di non farsi vedere dal “predatore”. </li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">La paura, quindi, è un’emozione che si attiva in situazioni di pericolo (reale o immaginato) e predispone l’organismo alla difesa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha una funzione adattiva e protettiva, necessaria per garantire la sopravvivenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel passato la paura era attivata in contesti di combattimento tra predatori e prede, mentre oggi assume sfumature diverse e si collega agli stressor moderni: la paura di perdere il lavoro, la paura del coronavirus, la paura del futuro.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la paura risulta pervasiva, prolungata nel tempo, molto intensa e generalizzata siamo di fronte a sintomatologie che rientrano nello spettro dei disturbi d’ansia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diventa un problema quando la paura assume dimensioni che impediscono una vita normale, quando diviene un ostacolo alla maturazione e mette a rischio lo svolgimento dei compiti quotidiani. In questi casi all’interno di un continuum si passa dalla preoccupazione, alla paura, al terrore, all’ansia che può generalizzarsi e rendere difficoltosa la quotidianità. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La dimensione emotiva coinvolge diverse aree :&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211;&nbsp;<strong>Fisiologica</strong>. Reazioni fisiche del sistema nervoso autonomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211;&nbsp;<strong>Motivazionale</strong>. L’emozione orienta i comportamenti e ne modifica gli scopi, ad esempio la paura mi porta a scappare e la gioia ad avvicinarmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211;&nbsp;<strong>Cognitiva.</strong>&nbsp;All’emozione si accompagnano sempre dei processi cognitivi come la valutazione del significato di ciò che sta accadendo in riferimento anche a ricordi precedenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211;&nbsp;<strong>Comunicativa</strong>. le emozioni si accompagnano spesso ad un cambiamento comportamentale manifesto, ad esempio risposte posturali, motorie, espressive come cambiamenti nel tono della voce, espressione facciale, particolari gesti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; <strong>Sociale</strong>. Solitamente le emozioni vengono provate per questioni che riguardano le relazioni sociali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Le paure nel bambino</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Vi sono paure innate e paure apprese che si sviluppano all’interno di un contesto relazionale e sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, la paura non è soltanto, come succede nei primi anni di vita del bambino, una risposta diretta ad uno stimolo, ma assume forme immaginarie e di natura simbolica e culturale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ tipico che i bambini abbiano paura.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dai 15-18 mesi compaiono progressivamente diverse paure, come la paura di rumori improvvisi, paura del buio, di piccoli animali o di animali che mordono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Verso i 4-5 anni alla paura per la separazione, la paura dell’ignoto e del buio si associano altre preoccupazioni come la paura dei fantasmi, dei lupi, delle streghe, ovvero di tutta una serie di personaggi che simboleggiano l’estraneità e che si ritrovano nelle storie narrate e tramandate da generazione in generazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con l’arrivo della scuola si fanno largo anche le paure legate al senso di inadeguatezza: sarò capace? Sarò amato anche quando sbaglierò?</p>



<p class="wp-block-paragraph">A partire dagli 8 anni compare la paura della morte, a volte espressa in forma ipocondriaca come paura delle malattie.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">5 consigli per gestire efficacemente le paure dei bambini</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Gli adulti hanno un compito molto importante perché possono con il loro atteggiamento accentuare o meno le paure del bambino.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più importante è quella di&nbsp;<strong>non banalizzare e minimizzare l’emozione del piccolo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riconoscere la paura (come qualsiasi altra emozione) che il bambino sperimenta lo aiuta ad acquisire utili competenze emotive.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe utile:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>LEGITTIMARE LA PAURA</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">“Capisco la tua paura del buio. In questa stanza c’è davvero poca luce”. Non banalizzare nè minimizzare eccessivamente le paure del bambino che si sentirebbe non compreso ed in colpa per le emozioni che prova.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>NORMALIZZARE LA PAURA</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">È naturale sentirsi spaventati in alcune circostanze, capita a tutti.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>CONDIVIDERE LA PAURA&nbsp;</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">L’adulto può Raccontare una propria paura di quando si era piccoli o anche attuale. E’ meglio scegliere una paura che il bambino non ha.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>RAPPRESENTARE LA PAURA</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">È utile aiutare il bambino a dare una forma un colore un odore alla paura disegnandola su un foglio, oppure creandola con la carta pesta.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>POTENZIARE L’EMPOWERMENT</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">L’adulto e il bambino possono creare una storia all’interno della quale il protagonista (con cui il bambino potrà identificarsi) trova una soluzione alla preoccupazione e sconfigga la paura oppure la paura da nemica si trasforma in amica non più pericolosa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante che il bambino abbia la percezione di poter gestire le proprie emozioni senza sentirsi in balia di un turbinio di sensazioni incontrollabili.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>fiducia in sè </strong>ed il <strong>senso di autoefficacia</strong> sono due ingredienti fondamentali affinché il bambino possa affrontare le paure come una dimensione evolutiva. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Le paure dell’adolescenza </h2>



<p class="wp-block-paragraph">In adolescenza le paure si trasformano ed hanno più a che fare alla dimensione sociale. Si osserva, infatti, la paura di essere rifiutati, disapprovarti, la paura di perdere il controllo delle proprie azioni, la paura di essere criticati, di parlare in pubblico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altre preoccupazioni hanno a che fare con l’aspetto fisico in relazione al fatto che nella fase adolescenziale ovviamente il ragazzo e la ragazza affrontano tutta una serie di modifiche endocrino-maturazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I timori corporei possono sfociare in un vero e proprio disturbo noto come&nbsp;<strong>Dismorfofobia corporea</strong>, ovvero una preoccupazione eccessiva per il proprio corpo o per parti di esso che scaturisce dalla convinzione della presenza di difetti che rendono il proprio aspetto fisico inaccettabile. Ciò induce alla messa in atto di comportamenti ripetitivi quali controllarsi allo specchio per ricercare delle rassicurazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso con gli adolescenti è difficile entrare in comunicazione diretta, quindi potrebbe essere efficace usare registri differenti come quello simbolico o metaforico. A volte storie o fiabe, intese come racconti metaforici, possono veicolare messaggi più facilmente che tramite il verbale diretto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">“Comprensione sociale ed emozioni nel ciclo di vita” a cura di O. Liverta Sempio, G. Cavalli, A. Valle, ed. Carocci, Roma, 2007</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">“Regolazione emotiva nello sviluppo e nel processo terapeutico” di E. Tronick, ed. Raffaello Cortina, Milano, 2008</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">“Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del sé”, di P. Fonagy, G. Gergely, E.L. Jurist, M. Target, ed. Raffaello Cortina, Milano, 2005</p>
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		<title>Dal Bambino immaginario al bambino reale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 10:56:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[il delicato passaggio psicologico dalla costruzione del bambino immaginario al confronto con il bambino reale. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>La nascita di un bambino non è, come si è soliti pensare o come ci fanno credere, un momento di sola gioia e felicità, ma è anche una fase di transizione che implica molti adattamenti da parte di tutti i protagonisti. È una fase evolutiva fatta di sfide e rimodellamenti, di emozioni intense e errori.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In relazione a ciò ho pensato di confrontarci su un tema che secondo me, a volte, non viene sufficientemente valorizzato, soprattutto durante la fase della gravidanza e del postparto, ma che ritengo sia invece molto importante nella costruzione di una sana relazione tra genitori e figlio e anche rispetto alla valutazione di sé come genitore: il delicato passaggio psicologico dalla costruzione del bambino immaginario al confronto con il bambino reale. </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<h2 class="wp-block-heading">Esercitiamoci&#8230;</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di iniziare la lettura vi chiedo di fare insieme un piccolo esercizio:</p>



<p class="wp-block-paragraph">prendete un foglio e una penna.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiudete gli occhi e immaginate il vostro bambino/bambina futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginatelo fisicamente (i capelli; la pelle; gli occhi; le labbra; la forma del viso. Sarà alto o bassino? Longilineo o rotondo?)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginatelo nel temperamento: calmo e riflessivo o molto dinamico?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso fate un salto temporale di qualche anno immaginandolo nel futuro: a scuola sarà competente? Prenderà buoni voti? Che sport praticherà? Cosa farà da grande?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come è andato questo esercizio immaginativo? È stato facile? Difficile? Era la prima volta che vi soffermavate su questi pensieri? Quali emozioni avete provato?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuno di voi, chi in maniera più chiara chi più sfumata avrà realizzato un ritratto del proprio bambino immaginario.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quello che avete immaginato non corrisponderà alla realtà</strong> e questo è l’elemento chiave delle mie riflessioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il figlio è sempre differente rispetto all’immagine che i genitori costruiscono nella propria mente, ma questo bambino immaginario a hanno dato forma è utile nella costruzione dell’identità materna e paterna. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Scopriamo perché…</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">La nascita della madre</h2>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Aspettare un figlio non significa acquisire immediatamente la genitorialità, perché la dimensione biologica non corrisponde sempre, a livello temporale, alla dimensione psicologica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto ad un tempo biologico dell’attesa di un figlio, che si conclude con il parto, esiste un tempo psicologico di gestazione, non quantificabile, in cui si va a strutturare il “genitore interno” (Berne).&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il periodo della gestazione, quindi, non segna solo l&#8217;attesa della nascita del bambino, ma anche l&#8217;attesa della nascita della madre e della nascita del padre. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, <strong>madri non si nasce ma si diventa</strong> ed aggiungo che ognuno lo diventa a modo proprio e con i propri tempi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Diventare madri implica un processo psicologico maturativo, evolutivo e trasformativo graduale che necessita di uno specifico <strong>lavoro di maternità</strong>, il quale si esplica sia sul versante pragmatico che relazionale. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Lavoro di maternità pragmatico</h3>



<ul class="wp-block-list"><li>Passaggio a comportamenti di caregiving (i comportamenti della cura, della protezione, dell’accudimento, allattare, cambiare il pannolino, cullare il bambino, lavarlo e vestirlo, ecc.)</li><li>Riorganizzazione delle tempistiche quotidiane, </li><li>Gestione del tempo lavorativo, </li><li>Coniugazione tra dimensione familiare, personale e sociale,</li><li>Organizzazione economica in rapporto alle nuove spese familiari.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Lavoro di maternità relazionale</h3>



<ul class="wp-block-list"><li>Gestione delle emozioni connesse alle trasformazioni corporee della gravidanza,</li><li>Rimodulazione della relazione con il partner,</li><li>Organizzazione della coppia parentale,</li><li>Cambiamenti nelle relazioni con la famiglia allargata e con gli amici.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ho definito LAVORO proprio perché implica un grande sforzo di energie, di emozioni, di tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Stern (1995) ha definito come «<strong>costellazione materna</strong>» la nuova organizzazione mentale che si crea nella madre fino dall’inizio della gravidanza e segnala la nascita di una nuova identità e determina una nuova serie di azioni, sensibilità, fantasie, paure e desideri che costituiscono la linea dominante della vita psichica della donna. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La costellazione materna riguarda tre aspetti diversi e strettamente collegati che richiedono un’importante rielaborazione psichica:&nbsp;</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>il rapporto della madre con sua madre</strong>. Diventare madre, inevitabilmente, ci porta ad un confronto ravvicinato con la maternità espressa dalla propria madre. Si fanno delle valutazioni differenti, nei termini di copioni da poter ripetere e altri da cambiare del tutto. Tutto gira intorno alla fatidica domanda “che madre voglio essere?” e l’incipit a tale risposta affonda le radici nella relazione mamma-figlia sperimentata nell’infanzia. </li><li><strong>il rapporto della donna con se stessa in quanto madre</strong>.Questo racchiude tutte le aspettative, le speranze, le paure che una mamma, che ancora forse non si sente del tutto tale, deve affrontare. “che madre sarò?”.</li><li><strong>il rapporto con il bambino</strong>. Non si è madri in senso astratto, ma in rapporto ad un altro. Il bambino sarà determinante per la costruzione della madre. Sono madre e sono una determinata madre perché mi relaziono ad uno specifico bambino. È un processo di co-costruzione che ha delle caratteristiche peculiari e distintive di quel determinato scambio relazionale. “Che madre sono in relazione a mio figlio?”. </li></ol>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte queste domande, tutto il lavoro materno e l’incertezza connessa ad un passaggio così importante può generare uno stato di ‘crisi’.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’interno di questa crisi costruire un “figli ideale immaginario” la funzione di ridurre l’ansia e la preoccupazione e rende maggiormente concreto e, quindi, meno fumoso, il proprio futuro così nebuloso.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, il risultato di questo processo è l’ideazione di un bambino immaginario che, al suo arrivo, solitamente si scontra con il bambino reale. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<h2 class="wp-block-heading">Il bambino immaginario</h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima ancora di essere concepito e di nascere il bambino esiste nell’immaginario dei suoi genitori come un desiderio, che solo successivamente si fa progetto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il bambino immaginario che la donna comincia ad aspettare e, aspettandolo, lo desidera.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bambino immaginario nasce dalla realtà della gravidanza e appartiene alle fantasie della donna.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bambino reale deve fare i conti con il bambino immaginario e spesso può essere molto diverso.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche se al termine della gravidanza madre e bambino conoscono già molto l&#8217;uno dell&#8217;altro (sono numerose le recenti scoperte sulla realtà e la ricchezza della relazione feto-madre) con la nascita il loro rapporto cambia radicalmente. Questo bambino, concreto e vitale, è in definitiva «un altro bambino».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mondo mentale materno include ora la presenza di un figlio non più prodotto dalla fantasia, ma portatore di caratteri propri e particolari.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il bambino immaginario non viene messo a fuoco e separato dal bambino reale in carne ed ossa, così come è nella sua specifica e irripetibile individualità, può correre il rischio di complicare notevolmente la vita al bambino e ai genitori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Servirà un periodo di conoscenza reciproca e di sperimentazione per&nbsp;<strong>liberare il bambino reale dai condizionamenti di quello immaginario e riconoscerlo per come è e non per come noi pensiamo che sia o ci piacerebbe che fosse.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È necessario lasciare andare quel bambino ideale, che di solito è perfetto, un essere meraviglioso, da premio Nobel, il quale risanerà le nostre ferite, farà quello che noi non abbiamo saputo o potuto fare nella vita, diventerà importante come noi non siamo diventati.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trasferire queste aspettative macroscopiche sul proprio figlio significa mettergli un peso sulle spalle, talmente tanto gravoso da riuscire a bloccare del tutto le risorse positive e gli slanci evolutivi personali del figlio, terrorizzato all’idea di non essere ciò che ci si aspetta da lui/lei.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Il bambino immaginario può sopravvivere nella mente dei genitori </strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>a tal punto che il neonato reale nasce sconfitto. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa succede, quindi, quando il carico delle aspettative supera quello delle possibilità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Succede che i genitori proiettano sul figlio le aspettative legate al bambino immaginario e rimangono molto delusi quando l’immagine ideale e quella reale mostrano delle discrepanze.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa lotta può condizionare molto il bambino tanto da sentire la pressione di dover diventare una copia di quel bambino, senza la possibilità di essere se stesso. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<h2 class="wp-block-heading">Dalle aspettative alle possibilità: essere base sicura</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I nostri figli falliranno, prenderanno dei brutti voti, attueranno dei comportamenti ineducati, ci risponderanno male, ci feriranno.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nostri figli non saranno perfetti, come non lo siamo stati noi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più importante che possiamo fare per loro è non chiedergli di essere come vogliamo che siano, non chiedergli di essere perfetti, non chiedergli di diventare come quel bambino immaginario così tanto amabile e rassicurante che per mesi (e in alcuni casi per anni) abbiamo cullato nella nostra mente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La competenza genitoriale non è un dato acquisto, ma un work in progress, un percorso i cui parametri sono indicati dal figlio stesso, solo se viene ascoltato, guardato e pensato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nostro obiettivo non è quello di essere geni0tori perfetti, senza macchia e senza paura, ma essere per il nostro bambino&nbsp;<strong>BASE SICURA</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Offrirgli una base d’appoggio fatta d’amore, stima, supporto, regole che gli permetta di sperimentare il mondo senza troppe insicurezze.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il concetto di base sicura, introdotto da Mary Ainsworth&nbsp;è stato particolarmente valorizzato da Bowlby che ha spiegato come un bambino, per esplorare in modo sereno l’ambiente extra-familiare, abbia bisogno di sentirsi sicuro di poter ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bambino che ha una base sicura può attivare la funzione esplorativa, introducendosi nella relazione sé-mondo esterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le relazioni sperimentate dagli individui nell&#8217;interazione con il proprio ambiente vengono interiorizzate, nel corso del tempo, sotto forma di rappresentazioni mentali, che risultano sufficientemente stabili nel corso della vita.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parola d’ordine: ACCETTARE</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accettare non solo il bambino per quello che è ma anche noi genitori per quello che siamo, ovvero genitori imperfetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’imperfezione non è un difetto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo farla trasparire, dobbiamo regalare a nostro figlio autenticità, per insegnarli che l’imperfezione si può tollerare, accettare, accogliere ed anche apprezzare. Per fargli capire che se non siamo perfetti noi non deve pensare di doverlo essere lui a tutti i costi (e spesso i costi del perfezionismo sono molto elevati).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo se siamo autentici, creeremo una relazione autentica ed insegneremo l’autenticità dell’essere. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">International Journal of Psychoanalysis and Education &#8211; IJPE 2009 vol. I, n° 2, Genitorialità “tra normalità e patologia”, Grazia Terrone </p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Poggi, Volpe, Fava Vizziello, 1986, Bambino immaginario e bambino reale: dalla gravidanza alla maternità, Psichiatria dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza 53, 6, 661-672</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Pazzagli, Benvenuti, La nascita nella mente della madre, Rivista italiana di Educazione Familiare, n. 2-2011, pp. 5-21</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Ainsworth MD, Blehar RMC, Waters E, Wall S. Patterns of attachment.A psychological study of the strange situation.&nbsp;Hillsdale: Lawlence Erlbaum Associates, 1978.&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Lanzarone C. Il diritto naturale di essere se stessi. Formarsi con Lorna Smith Benjamin. La notte stellata. Rivista di psicologia e psicoterapia 2018; 1:8-28. </p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Imbasciati, Dabrassi, Cena, 2007, Psicologia clinica perinatale, Piccin Nuova Libraria S.p.A., Padova </p>
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		<title>Riflessioni sui bambini: libertà e unicità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 10:37:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[Non dobbiamo avere il bambino perfetto, ma dobbiamo aiutare ogni bambino che incontriamo sul nostro cammino ad esprimere se stesso. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Vi propongo alcune riflessioni a cui sono giunta attraverso le mie esperienze professionali e di genitore. Ho visto molte donne e uomini adulti che portano dentro, dopo decenni, il peso delle aspettative genitoriali che rimangono intatte anche se, ad esempio, i genitori non sono più in vita.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>A volte, noi adulti non siamo nemmeno del tutto consapevoli del peso dei nostri comportamenti verso i bambini, che essendo amorevoli e leali, fanno di tutto per renderci felici.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Quali sono i rischi e le opportunità che abbiamo nel far crescere le nuove generazioni?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Io uso un’ottica di libertà ed un registro di unicità.&nbsp;</em></p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph" style="font-size:24px"><strong>I bambini vanno incoraggiati a dare il meglio di sè senza pretendere che questo corrisponda al massimo o si avvicini alla perfezione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<h2 class="wp-block-heading">Il condizionamento d’amore</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il comportamento perfezionistico, caratterizzato dal “dovere” essere perfetto a tutti i costi e in tutti gli ambiti in cui il soggetto si esprime quotidianamente, è una modalità di funzionamento che si sviluppa attraverso le prime interazioni con l’ambiente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bambino può apprendere che l’amore e l’approvazione degli adulti significativi sono condizionati dai livelli di performance raggiunti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo può accadere a <strong>casa</strong> dove le aspettative genitoriali sono eccessivamente elevate oppure dove il bambino impara per imitazione dai modelli, riproducendo i comportamenti perfezionistici osservati nei genitori;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">a <strong>scuola</strong> dove gli insegnanti possono essere più attenti alla didattica che alla formazione umana incoraggiando e premiando solo i primi della classe;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">il pomeriggio durante lo <strong>sport </strong>dove l’allenatore può trasmettere la necessità di vincere piuttosto che divertirsi; e così via.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Rinunciare alle aspettative</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il compito degli adulti, a mio avviso, non è quello di aspettarsi qualcosa dai bambini. Le aspettative possono essere completamente sganciate dalla realtà di quel bambino. Può succedere che l’adulto cerchi di fare in modo che il piccolo corrisponda ad all’immagine ideale del bambino perfetto: il figlio perfetto, l’alunno perfetto, il giocatore perfetto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">il bambino reale perderà sempre questo confronto e se gli adulti continueranno su questa scia egli sentirà di non essere all’altezza di un ideale irraggiungibile e la frustrazione lo accompagnerà sempre.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non dobbiamo demolire, ma sostenere&nbsp;</strong>per evitare che i bambini sviluppino un basso livello di autostima e quote di ansia legate alla paura del fallimento e del giudizio altrui.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I bambini falliranno, prenderanno dei brutti voti, attueranno dei comportamenti ineducati, ci risponderanno male, ci feriranno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I bambini non saranno perfetti, come non lo siamo noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più importante che possiamo fare per loro è non chiedergli di essere come vogliamo che siano, non chiedergli di essere perfetti, non chiedergli di diventare come quel bambino immaginario così tanto amabile e rassicurante che custodiamo nella nostra mente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avere un figlio o un allievo “perfetti”, può essere molto rassicurante per gli adulti. Questi ultimi possono misurare il loro valore sulla base del valore del bambino.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>“Se mio figlio è bravo vuol dire che sono un bravo genitore”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure gli adulti possono proiettare sul bambino la propria storia in modo che sia il piccolo a dover risarcire, sanare, vincere.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>“Io non sono riuscito a diventare ingegnere ma mio figlio ci riuscirá”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il figlio assume il ruolo di sostituto salvifico che cambia il finale della storia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Ma ogni bambino dovrebbe poter scrivere la propria storia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Per concludere</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I bambini vanno stimolati alla curiosità, alla riflessione personale e critica rispetto a ciò che li circonda, alla sperimentazione del nuovo, alla condivisione emozionale, all’autenticità, alla tolleranza verso se stessi e gli altri.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I bambini vanno osservati, ascoltati, compresi nelle loro peculiari potenzialità. Non dobbiamo avere il bambino perfetto, ma dobbiamo aiutare ogni bambino che incontriamo sul nostro cammino ad esprimere se stesso.&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Fratelli si nasce o si diventa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jan 2021 22:06:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[Alla scoperta del legame fraterno: dalla fratellanza biologica a quella emotiva fino alla fratellanza sociale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Io sono figlia unica e, fino a ad un decennio fa, pensavo alla relazione tra fratelli in modo romantico, come due individui che si vogliono molto bene, che condividono interessi e sentimenti e che, nei momenti di difficoltà, sono presenti l’uno per l’altro.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Poi ho osservato più da vicino e con maggiore attenzione le fratrie delle persone che chiedevano il mio supporto e ho scoperto che queste relazioni non sempre sono semplici e positive.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Andiamo alla scoperta del legame fraterno.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Essere fratelli/sorelle</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il legame tra fratelli è, almeno biologicamente, quello&nbsp;<strong>più longevo</strong>&nbsp;rispetto a tutti gli altri.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due fratelli o sorelle, specialmente se vicini d’età, condividono (se non consideriamo eventi luttuosi precoci) una fetta di vita maggiore rispetto che quella vissuta al fianco dei genitori o dei propri figli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi tanto tempo potenziale da vivere insieme, ma questo tempo è anche di qualità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicuramente è un tempo di profonda&nbsp;<strong>condivisione di una storia comune</strong>, di un legame tra il passato e il futuro, in quanto i fratelli sono le nuove generazioni che fungono da tronco tra le radici della famiglia e i rami dell’avvenire che si sviluppano verso l’alto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I fratelli e le sorelle appartengono ad un sottoinsieme, definito sottosistema familiare, in cui le regole e le dinamiche relazionali sono diverse rispetto a quelle presenti negli altri rapporti.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Secondo Brusset (1987): “Essere fratelli o sorelle significa avere la stessa genealogia, la stessa eredità in senso lato, la stessa famiglia, gli stessi genitori ed essere della stessa generazione, in uno scarto di età variabile, e, una volta su due, essere dello stesso sesso”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, nonostante le comunanze contingenti, i fratelli sono, al contrario di quanto si crede,&nbsp;<strong>individui profondamente diversi.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sebbene la “matrice” sia la stessa, il contesto nel quale ciascun fratello compare e cresce varia proprio perché&nbsp;<strong>ogni volta il gruppo familiare si trasforma</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un nuovo membro si aggiunge al gruppo, i ruoli all’interno della famiglia, così come i significati che ognuno di tali ruoli può comportare, subiscono variazioni e riassestamenti (Brunori, 2013).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I cambiamenti che ogni tappa della vita richiede, le trasformazioni personali, relazionali, lavorative, sociali, fanno sì che la famiglia cambi e, quindi, anche&nbsp;<strong>i genitori non sono gli stessi genitori per ognuno dei loro figli.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare, vi sono dei momenti di passaggio del ciclo vitale della famiglia che lasciano un’impronta significativa sui successivi sviluppi relazionali.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading">L’arrivo del quarto incomodo</h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Uno degli snodi più significativi per la successiva relazione tra fratelli è la gestione dell’<strong>arrivo del secondo figlio</strong>, che implica tutta una serie di riorganizzazioni sia pragmatiche che relazionali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune ricerche hanno mostrato come le difficoltà del primo figlio, che spesso, si riscontrano successivamente all’arrivo del fratello/sorella minore, non siano dettate tanto dalla nascita del fratello/sorella, ma più che altro dalla difficoltà ad adattarsi ai diversi cambiamenti richiesti in tempi brevi:</p>



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<ul class="wp-block-list"><li><em>Cambiamenti ambientali</em></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Trasformazioni nelle stanze della casa, occupate da tutta una serie di aggeggi strani dedicati al neonato.</p>



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<ul class="wp-block-list"><li><em>Cambiamenti relazionali</em></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Una miriade di parenti ed amici di famiglia invadono la casa, specialmente nel periodo postparto e tutte le attenzioni sono calamitate da quel bambino piccolo, estraneo e rumoroso, in particolare le attenzioni dei genitori e degli adulti significativi come i nonni.</p>



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<ul class="wp-block-list"><li><em>Cambiamenti dei ritmi quotidiani&nbsp;</em></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso le notti sono turbolente, si dorme male e poco. I genitori sono stanchi e con poche energie residue.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Adler chiama&nbsp;<strong>dramma della detronizzazione</strong>&nbsp;le frustrazioni subite dal primogenito/a: cambio di stanza, di posto a tavola, allontanamento presso nonni e parenti, ecc. Tutto ciò è difficile da gestire specialmente da bambini piccoli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà compito dei genitori e della famiglia allargata aiutare il figlio maggiore ad adattarsi ai cambiamenti, ascoltando le emozioni che desidera condividere, dandogli un ruolo “di aiutante” dei genitori nella cura del fratellino, ricordandogli quanto è bello essere più grande perché ci sono molti vantaggi, continuare a giocare con lui e dedicargli del tempo esclusivo.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading">La fratellanza biologica e psico-emotiva</h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Il fatto che i genitori abbiano scelto di mettere al mondo un altro bambino e lo abbiano portato a casa e stimolino le interazioni tra il fratello maggiore ed il nuovo nato, non significa che questo, in modo immediato, determini la generazione di un sentimento di fratellanza.&nbsp;</p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>La fratellanza biologica non garantisce l’immediata costruzione&nbsp;</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>di una fratellanza psico-emotiva.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Questo percorso relazionale è complesso e non sempre in discesa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, la letteratura indica come caratteristiche della relazione fraterna, oltre all’affetto:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>conflitto</li><li>rivalità</li><li>potere</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Cigoli e Scabini (1997), a tal proposito, considerano la relazione fraterna giocata su un asse che va dall’intimità /fusione alla rivalità/odio/disprezzo, passando per l’indifferenza, da loro considerata la negazione del valore del legame.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La rivalità, dunque, sembra essere molto presente all’interno della relazione tra fratelli/sorelle, che è del tutto&nbsp;<strong>simmetrica</strong>. I fratelli sono alla pari e si confrontano su ogni aspetto della vita.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso, i genitori interpretano questi sentimenti negativi come un difetto e tendono a punire il figlio che li manifesta, quando in realtà sono intrinseci alla natura del legame e, se molto intensi, sono da considerarsi simbolo di una&nbsp;<strong>sofferenza</strong>&nbsp;a cui prestare attenzione.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Possono esserci delle circostanze che rompono la naturale simmetria della fratria, basti pensare alla presenza di un fratello/sorella con disabilità o con problemi di salute, oppure l’assenza di uno o entrambi i genitori, oppure la presenza di anche solo un genitore non sufficientemente maturo che determina una struttura familiare con figlio genitoriale, ovvero dove il figlio diventa il genitore dei genitori.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ognuna di queste situazioni è probabile che la relazione all’interno della fratria risulti&nbsp;<strong>asimmetrica</strong>&nbsp;e, quindi, la quota di rivalità potrebbe di molto rimodularsi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quest’ultimo esempio, ovvero quello del figlio genitoriale, lo squilibrio di potere e ruolo genera, come ci insegna Minuchin (1976), una&nbsp;<strong>profonda distanza emozionale</strong>&nbsp;derivante da una scarsa condivisione tra i fratelli di funzioni, ruoli, vantaggi/svantaggi, comportamenti genitoriali, conflittualità, lealtà.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading">La fratellanza sociale</h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Il sottosistema dei fratelli è un vero e proprio&nbsp;<strong>laboratorio sociale</strong>&nbsp;in cui i figli si cimentano nell’interazione tra coetanei, sviluppando competenze sociali e relazionali:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>negoziare per ottenere ciò che desiderano</li><li>cooperare per il raggiungimento di un comune obiettivo</li><li>competere</li><li>adattarsi alle necessità altrui</li><li>costruire uno spazio personale ed a proteggerlo</li><li>confrontarsi con gli altri e comprendere il punto di vista altrui.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Questi apprendimenti, spesso, non avvengono in maniera semplice, ma sono il risultato di vere e proprie lotte, specialmente se si agiscono all’interno di un terreno complesso come quello delle famiglie affidatarie, adottive o ricostituite.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questi casi di parla di&nbsp;<strong>fratellanza sociale</strong>, che riguarda figli che provengono da famiglie diverse e che diventano fratelli grazie alla condivisione di esperienze affettive in un’altra famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fratellanza sociale si forma in modo diverso da quella biologica: i fratelli sociali, infatti, entrano nella famiglia con una storia personale, sociale e culturale diversa che diventa il punto di partenza delle relazioni familiari (Paradiso, 2016).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, due fratelli di sangue hanno fin dall’inizio un terreno ampio di condivisione e mimetismo reciproco e attraverso la loro relazione si individueranno costruendo le rispettive diversità individuali; nel caso dei fratelli sociali, il processo è pressoché inverso: i due figli si conoscono profondamente diversi per poi, attraverso la creazione di un legame sincero, poter cogliere elementi di contatto e somiglianza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fratellanza sociale, quindi, a differenza di quella biologica non si basa sul vincolo di sangue, ma sulla&nbsp;<strong>condivisione degli affetti</strong>, che va sperimentata e costruita giorno per giorno e va&nbsp;<strong>scelta</strong>.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">La qualità del legame della fratria</h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo detto come l’essere fratelli non coincida sempre con il sentimento e l’idea della fratellanza. Anzi, spesso, incontriamo&nbsp;<strong>fratrie senza fraternità</strong>&nbsp;(Caillè, 2015), luoghi di turbolenze in cui trovano spazio complesse sfide determinate dalla competizione, dal bisogno di superare chi viene percepito come mimetico a sé. È una relazione in cui possono serpeggiare sentimenti di rancore e gelosia (Bogliolo, Loriedo, 2005).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere profondamente la relazione tra fratelli è importante non guardare solo ad essa, ma anche la relazione di ciascun genitore con ciascun figlio e la relazione tra i genitori, ovvero tutti gli altri rapporti che si giocano sul campo familiare, perché ognuna di queste relazioni influenza le altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La qualità del legame della fratria, infatti, dipende da molteplici fattori:</p>



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<ul class="wp-block-list"><li>la&nbsp;<strong>differenza di età</strong>&nbsp;tra i fratelli/sorelle.</li></ul>



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<ul class="wp-block-list"><li>la&nbsp;<strong>differenza di genere</strong>.</li></ul>



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<ul class="wp-block-list"><li>la&nbsp;<strong>qualità della relazione coniugale</strong>.&nbsp;</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Se due fratelli vivono all’interno di un ambiente familiare in cui i coniugi esacerbano soventemente conflitti, generando un clima relazionale caotico e stressogeno, avranno una maggiore probabilità a sviluppare un legame fraterno negativo. I figli possono essere messi in mezzo e chiamati (anche non esplicitamente) a schierarsi con l’uno o l’altro genitore determinando fratture anche nella relazione tra i figli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viceversa, McGuire, McHale, Updergraff (1996) hanno rilevato una congruenza nella qualità positiva delle relazioni: le famiglie dove c’è più soddisfazione tra i coniugi sono quelle in cui i fratelli hanno una relazione più intensa e affettuosa.&nbsp;</p>



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<ul class="wp-block-list"><li><strong>Parental Differential Treatment (PDT) o Trattamento parentale differenziale.</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Il PDT è inteso come un trattamento sbilanciato e, quindi, non equo, del genitore nei confronti dei figli. Questo implica che all’interno della stessa famiglia due figli ricevano cure differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, a volte, non sempre per incompetenza dei genitori, ma per situazioni di necessità. A volte, infatti, può capitare che un bambino possa richiedere maggiori attenzioni a causa di un “bisogno speciale” reale o percepito dal genitore (problema di salute, problemi scolastici, livello di sviluppo, ecc…).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune ricerche hanno dimostrato che se il trattamento genitoriale differenziale è accentuato ed esprime l’esistenza nella famiglia di una relazione tra un genitore e un figlio più negativa di quella tra lo stesso genitore e l’altro figlio, spesso si registra anche una relazione tra i due fratelli maggiormente conflittuale e meno calorosa e intima.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Quindi fratelli si nasce o si diventa?</h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Rispondo alla domanda di incipit, con un “si diventa”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci si può non sentire fratelli, seppur si condivida lo stesso sangue, la stessa famiglia, la stessa casa per anni.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il legame autentico affettivo profondo si costruisce nel tempo ed i genitori hanno un ruolo chiave in questo delicato e complesso processo relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E vi dico di più, a volte fratelli o sorelle non si diventa mai, come nel mio caso, ma il sentimento di fratellanza si può sperimentare nel sentiero della vita. Io posso dire di essermi sentita sorella di qualcuno con cui non ho condiviso né i genitori, né le mura domestiche, ma con cui ho sperimentato una condivisione di affetti. Sono stata scelta e ho scelto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chissà se non sia questa la vera fratellanza?</p>



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<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Per approfondire: </p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Bogliolo C., Loriedo C., Famiglie e psicopatologia infantile. Quando la sofferenza è così precoce. Milano: Franco Angeli, 2005</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Brunori L., (2013), Tipologie filiali/fraterne, la funzione fraterna e i pari, International journal of psychoanalysis and education,&nbsp;<a href="http://www.psychoedu.org/index.php/IJPE/issue/view/15">Vol 5, N° 2&nbsp;</a></p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Brusset, B. (1987). Le lien fraternel et la psychanalyse. Psychanalyse à l’Université, 12 (45), 5-43.&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">International Journal of Psychoanalysis and Education, 2013 Vol.&nbsp;V, No. 2, 18-31Tipologie filiali/fraterne, la funzione fraterna e i pari</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Caillè P., Viaggio nella sistemica. Il terapeuta, le domande di aiuto, la formazione. Roma: Alpes Italia, 2015</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Cigoli, V., Scabini, E. (1997). Relazioni fraterne: dal vincolo alla scelta. In Andolfi M, Angelo, C., de Nichilo, M. (Eds.). Sentimenti e sistemi.<em>&nbsp;</em>Raffaello Cortina Editore, Milano.&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Kowal A., Kramer, Children’s Understanding of Parental Differential Treatment. Child Development, 68 (1), 1997, pp. 113-126</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">McGuire, S., McHale, S., Updergraff, K. (1996). Children’s preceptions of the sibling relationship in middle childhood: connections within and between family relationships. Personal Relationships, 2, 229-239.&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Minuchin S., Families and family therapy. Cambridge: Harvard University Press, 1974 trad.&nbsp;It. Famiglie e terapia della famiglia. Roma: Casa Editrice Astrolabio &#8211; Ubaldini Editore, 1976</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">O’Connor T.G., Dunn J., Jenkins J.M., Rasbash J., Predictors of between-family and within-family variation in parent–child relationships. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 47 (5), 2006, pp. 498–510</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Paradiso L., (2016),&nbsp;Fratelli in adozione e affidamento.&nbsp;Il diritto alla fratellanza e la continuità degli affetti nella relazione fraterna biologica e sociale, Franco Angeli, Milano</p>
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