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	<title>Individuo | Dott.ssa Alessia Vecchio</title>
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	<description>Consulenze psicologiche online</description>
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	<title>Individuo | Dott.ssa Alessia Vecchio</title>
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		<title>Gelosia digitale: come i social media impattano sulle dinamiche di coppia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 12:29:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Relazione di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[gelosia]]></category>
		<category><![CDATA[relazione di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel terzo millennio, la diffusione capillare di internet e degli smartphone ha favorito l’utilizzo massiccio dei social network, dei servizi di messaggistica e delle dating app che hanno cambiato radicalmente il modo di vivere le relazioni, soprattutto quelle d’amore L’iperconnessione è diventata una caratteristica dei rapporti, un modo per essere sempre collegati, un tutt’uno con un altro o con altri]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Nel terzo millennio, la diffusione capillare di internet e degli smartphone ha favorito l’utilizzo massiccio dei social network, dei servizi di messaggistica e delle dating app.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Messenger (1999)</em>, <em>Myspace (2003)</em>, <em>Facebook (2004)</em>, <em>Twitter (2006)</em>, <em>Whatsapp (2009)</em>, <em>Instagram (2010)</em>, <em>Snapchat (2011)&nbsp;</em>, <em>Tinder (2012)&nbsp;</em> <em>hanno cambiato radicalmente il modo di vivere le relazioni, soprattutto quelle d’amore (amori 4.0 p 83).</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>L’iperconnessione è diventata una caratteristica dei rapporti, un modo per essere sempre collegati, un tutt’uno con un altro o con altri.</em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’illusione della connessione relazionale</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">I Social Network hanno influenzato il modo in cui le persone costruiscono e gestiscono le proprie relazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’attuale uso di social network, se da un lato supporta i comportamenti di&nbsp;<strong>self disclosure</strong>, ossia di comunicazione di notizie e informazioni su di sé, che possono essere associati a un aumento di autostima, dall’altro espone al rischio di&nbsp;<strong>ipercondivisione</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra, infatti, che proprio le persone maggiormente insicure della relazione tendano a ricorrere a una condivisione elevata di informazioni sulla propria relazione (Emery et al., 2015). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se pubblicare costantemente foto di coppia sui social rinforzasse il legame, perché riconosciuto da un pubblico e lo proteggesse perché la coppia attraverso le foto fornisce dettagli delle proprie intenzioni relazionali, della “salute” della relazione allontanando possibili rivali.&nbsp;</p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>L’ipercondivisione risulta essere così un atto dimostrativo, </strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>che spinge verso l’apparenza e sposta il focus dalla cura della relazione reale</strong>.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, l’insicurezza personale e conseguentemente relazionale spinge verso la necessità di essere sempre connessi online all’altro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò può tradire&nbsp;<strong>l’impossibilità di lasciare uno spazio di separazione dall’altro</strong>: il soggetto resterebbe incollato all’oggetto d’amore, intrappolato nella sua immagine virtuale.&nbsp;</p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Il web, quindi, diventa uno spazio che offre l’illusione di negare la separazione&nbsp;.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">(Troisi, Lemmo, Cesàro 2016).&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>La persona non riesce a sperimentare un luogo personale in cui poter coltivare la relazione con se stesso, bensì vive costantemente in contatto virtuale con l’altro saturando tutti gli spazi.&nbsp;</strong></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’ipercontrollo sui social&nbsp;</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Si definisce&nbsp;<strong>Social Searching</strong>&nbsp;(Lampe, Ellison e Steinfield 2006) l’insieme di attività di controllo on line e offline del partner, che alimentano sentimenti di gelosia eccessiva alterando le dinamiche relazionali della coppia.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Tali comportamenti di ipercontrollo spostano il focus della persona sul cellulare che diventa strumento di controllo e malessere.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Eppure, non tutti sono d’accordo nell’attribuire ai social media un carattere tossico e distruttivo per le relazioni di coppia, sostenendo che la gelosia eccessiva che attiva manovre di controllo invadenti nasca nella vita offline e trovi nella dimensione online una forza motrice che amplifica i dubbi e le problematiche già esistenti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I social aumentano la quantità di informazioni sul partner, rivelano molto sulle sue attività quotidiane e forniscono un contesto di scambio ed interazione molto più ampio rispetto a quello reale. Quindi, i possibili “rivali”, i dati che possono stimolare la gelosia e la semplicità di attivazione di comportamenti di controllo sono quantitativamente maggiori.</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come gestire la gelosia sui social&nbsp;</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;La gelosia attiva un circuito vizioso dove la paura dell’abbandono e della perdita, l’idea che l’altro possa preferire un terzo elemento a noi, ci fa sentire inadeguati e più ci sentiamo inadeguati più saremo insicuri e gelosi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È come se chiedessimo all’altro continue rassicurazioni non solo sul suo amore, sulla sua presenza nella nostra vita, ma anche sul nostro valore personale e sulla nostra amabilità. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stiamo cercando fuori da noi stessi qualcosa che dovremmo cercare all’interno.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Allora cominciamo a spostare il focus, riflettendo sui seguenti punti:</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>1. Vivi la realtà presente e concreta della tua relazione</strong></h4>



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<p class="wp-block-paragraph">Il tuo rapporto di coppia non vive dentro le piattaforme social, bensì nella reale quotidianità. Prenditi cura giorno per giorno dell’intimità emotiva che ti unisce al partner, condividi esperienze e idee sulla vita. Concentrati a far crescere la relazione piuttosto che il profilo social!</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>2. Evita di paragonarti agli altri attraverso le foto sui social</strong></h4>



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<p class="wp-block-paragraph">Si chiama&nbsp;<strong>social comparison</strong>&nbsp;la tendenza a confrontarsi con gli altri sui social network. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E per non perdere questa sfida di perfezione e felicità a tutti i costi siamo disposti anche a mentire: a far apparire entusiasmante un’esperienza che ci annoia, a mostrare il nostro aspetto nascondendo le imperfezioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E se nonostante gli sforzi perdiamo il confronto? La nostra autostima ne risente, si abbassa, dubitiamo di noi stessi, del nostro valore e si attiva un circuito negativo: più ci sentiamo inferiori agli altri più ci impegneremo a mostrarci fintamente perfetti sui social. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E se dovessimo ottenere dei like o commenti positivi, da un lato ci sentiremo sollevati (perché si vede che non siamo così male come pensavamo &#8211; il social serve per verifica e conferma del sè) dall’altro lato però ci convinceremo sempre di più che la nostra vera identità non può essere mostrata perché è sulla finta “perfezione” che abbiamo raccolto apprezzamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo rompere il circuito ed essere noi stessi ricordandoci che la vera “popolarità” sono gli abbracci degli amici storici, un sorriso con uno sconosciuto, il “ti voglio bene” di un familiare. E che il nostro valore non dipende da ciò che succede sui social.</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>3. Sostituisci azioni costruttive ai rituali di controllo</strong></h4>



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<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;I pensieri di gelosia e le azioni di verifica social se ripetuti con una alta frequenza rischiano di diventare delle nocive <strong>abitudini</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Occupano uno spazio vitale, necessitano di energia e impegno mentale, e farai sempre più fatica a sganciarti da loro. Faranno parte integrante della routine quotidiana e lo spazio da loro occupato, risulterebbe un vuoto intollerabile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È necessario, gradualmente, attivare delle sostituzioni: lo spazio dedicato al controllo del profilo del partner sui social deve lasciare il posto ad un’attività costruttiva (pittura, sport, lettura, una semplice passeggiata).&nbsp;</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>4. Gestisci la pubblicazione delle foto di coppia</strong></h4>



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<p class="wp-block-paragraph">Può capitare di tendere a pubblicare molte foto in compagnia del partner come atto esplicativo verso la platea social “il mio partner è impegnato, state alla larga!”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una difesa del territorio e una dimostrazione della salute della relazione di coppia. Ma pubblicare moltissime foto con il partner è davvero necessario?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È più utile stare nel momento presente dell’esperienza di coppia e prendersene cura.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come comportarsi con un partner con gelosia digitale disfunzionale</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Diversa è la situazione di chi subisce la gelosia eccessiva da parte del proprio partner.&nbsp;&nbsp;</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>1. Ricorda che il controllo è sempre dannoso e tossico.</strong></h4>



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<p class="wp-block-paragraph">A volte siamo portati a valutare il comportamento controllante del partner come una dimostrazione d’affetto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tolleriamo, quindi, che il partner ci chieda di non mettere like sui social, che ci chieda di non pubblicare selfie, che ci richieda le password per accedere ai nostri profili.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non è amore, ma necessità di controllo che implica una quota di sfiducia del partner verso di noi. Così tenderemo a fare di tutto per essere degni di fiducia, per dimostrare di essere all’altezza delle aspettative e delle richieste del partner, concedendogli sempre più potere e sempre più controllo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo circuito apre le porte alla sofferenza, alla perdita di spazio personale e privacy, aumenta i dubbi su di sé generando una caduta dell’autostima, sposta energie psichiche su attività e pensieri tossici togliendole da attività costruttive.&nbsp;</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>2. Evita l’isolamento sociale</strong></h4>



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<p class="wp-block-paragraph">Se siamo in una relazione con un partner molto geloso tenderemo ad anticipare i suoi desideri e a rassicurarlo in tutti i modi possibili. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Al partner da fastidio che io stia sui social, allora senza che lui nemmeno me lo chieda più, io evito. E tenderò ad ampliare questo comportamento anche nella vita reale, riducendo i contatti con amici, colleghi e, a volte, anche parenti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sorta di deserto sociale e social che il partner apprezzerà moltissimo, garantendomi il suo riconoscimento.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa dinamica è dolorosa e a lungo termine dannosa perché non è funzionale vivere in contatto con una sola persona per quanto per noi importante. È utile mantenere una solida rete sociale anche se stiamo in coppia.</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>3. Non colpevolizzarti</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Se hai agito comportamenti cristallini, non ambigui, se sei rimasto fedele al tuo partner e porti rispetto alla relazione, ma nonostante questo il tuo partner agisce spesso scenate di gelosia, sganciati dal pensiero che sia colpa tua. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il partner eccessivamente geloso tenderà a scaricare le sue insicurezze e frustrazioni incolpandoti di aver agito in mala fede. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Spiegagli assertivamente come è andata la situazione e come ti senti in seguito alle sue accuse, ma sappi che la sua gelosia ha probabilmente radici antiche legate all’insicurezza.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Conclusioni</h2>



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<p class="wp-block-paragraph">La gelosia se a basse dosi e gestita in maniera costruttiva anche sui social è una modalità per proteggere la relazione e se stessi dalla possibilità di essere ingannati, ma se invece i comportamenti conseguenti alla gelosia sono costrittivi, limitanti, di controllo allora siamo di fronte ad una gelosia disfunzionale che genererà malessere nei due partner e logorerà la relazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Impariamo a gestire la gelosia investendo sulla propria autostima!</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La gelosia: mostro dagli occhi verdi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 12:28:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Relazione di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando la gelosia è moderata rientrando nella dinamica affettiva tra due persone allora può essere definita “fisiologica” ed è legata al senso di protezione verso un rapporto che riteniamo importante. Una gelosia eccessiva diventa fonte di malessere per chi la sperimenta e per chi la subisce, danneggiando la relazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>William Shakespeare paragona la gelosia ad “un mostro dagli occhi versi che dileggia il cibo di cui si nutre” attraverso le parole del personaggio Iago che si rivolge ad Otello, il geloso per anotnomasia.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Quella di Otello è una gelosia delirante, intrusiva, disfunzionale che tende a distruggere chi la sperimenta e le sue relazioni.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ma la gelosia ha sempre un impatto così negativo? La risposta è NO.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Scopriamo il perché.</em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cos’è la gelosia?</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">La gelosia è un’emozione complessa di derivazione sociale che si genera dal mix di due emozioni primarie: la rabbia e la paura.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">È parte integrante dell’esperienza umana, in quanto cominciamo a sperimentarla sin da piccoli e può esprimersi in misura diversa in differenti contesti relazionali: pensiamo alla gelosia che il bambino prova alla nascita del fratello minore, a quella che si può sperimentare nel contesto classe verso compagni che realizzano performance dai risultati migliori dei nostri, alla gelosia verso oggetti specifici a cui siamo molto legati. Crescendo possiamo essere gelosi di colleghi, amici e dei partner.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In quest’ultimo caso si parla di <strong>gelosia romantica</strong>, la quale si organizza prevalentemente all’interno di una triangolazione:</p>



<p class="wp-block-paragraph">A. &nbsp;La persona gelosa</p>



<p class="wp-block-paragraph">B. L’oggetto della gelosia (partner)</p>



<p class="wp-block-paragraph">C. Un elemento terzo (rivale)</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La gelosia si riferisce ad un amore che il soggetto sente come suo e chi gli è stato portato via o è in pericolo di essergli portato via da un rivale.&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La persona si sente privato della persona amata da una terza persona.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">M. Klein.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’elemento terzo non per forza è una persona in carne ed ossa, ma può essere una tastiera dietro lo schermo, gli obiettivi lavorativi, uno sport, il gruppo di amici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, spesso la gelosia non è solo triangolare ma&nbsp;<strong>poliangolare</strong>&nbsp;(Giannelli e Rabboni 1988), ovvero la minaccia potrebbe giungere non solo da un elemento terzo ma da molteplici elementi esterni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste minacce esterne attivano nella persona: rivalità, competitività, possessività, controllo a causa della preoccupazione di perdere non solo l’altro in quanto compagno di vita, ma anche tutto ciò che di buono il partner ci offre: supporto, considerazione, esclusività, riconoscimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La gelosia non permette di vedere l&#8217;altro, di incontrarlo in un tempo reale</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>nel qui ed ora della relazione.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Non ci sentiamo liberi di incontrare l&#8217;altro come persona con le sue scelte.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La preoccupazione è di essere abbandonati, scartati in favore di un “altro” più affascinante, interessante, giovane, simpatico. La sensazione è quella di perdere terreno, scivolando dentro una spirale di dubbi ed incertezze, non solo relativi ai comportamenti di infedeltà del partner, ma anche relativi a noi stessi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando siamo gelosi l’autostima comincia a vacillare attivando un circuito vizioso perché più siamo insicuri del nostro valore e più si intensificheranno i dubbi “perché lui/lei dovrebbe stare con una/uno come me”?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La gelosia “fisiologica” e disfunzionale</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La gelosia è un’emozione che sperimentiamo tutti di tanto in tanto e non possiamo definirla negativa a priori, ma questo dipende da alcune caratteristiche e variabili. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la gelosia è moderata rientrando nella dinamica affettiva tra due persone allora può essere definita “fisiologica” ed è legata al senso di protezione verso un rapporto che riteniamo importante. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una gelosia eccessiva diventa fonte di malessere per chi la sperimenta e per chi la subisce, danneggiando la relazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Parliamo di <strong>gelosia disfunzionale</strong> quando:&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; non rimane all’interno di livelli controllati e accettabili,&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; si trasforma in controllo e angoscia,&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; mina l’autostima di chi la sperimenta,&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; non viene “risolta” in tempi brevi,&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; non è generata da comportamenti e segnali concreti, ma segue fantasie e pensieri,</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; ha un impatto disfunzionale sulla relazione,&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; limita la libertà reciproca,</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; il pensiero della gelosia diventa dominante,</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; la persona agisce con gelosia attivando tutta una serie di rituali di controllo, come sottoporre il/la partner a interrogatori continui ed insistenti, cercare indizi di tradimento ovunque, cercare di controllare l’altra persona vietandole di uscire o di vestirsi in un determinato modo, spiare le mail o i messaggi senza consenso, controllare il GPS nell’auto, indagare con amici e conoscenti circa i comportamenti del/della partner, controllare i social media anche attraverso la creazione di&nbsp;<strong>profili fake</strong>&nbsp;per adescare il partner e testarne la fedeltà.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Solo su Facebook si stima che siano almeno 140 milioni i profili fake, creati da coloro che vengono definiti <strong>Catfish</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Catfish è qualcuno che finge di essere qualcun altro, usando i social media per creare false identità, soprattutto al fine di manipolare relazioni online.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Catfishing è un fenomeno di inganno, che a volte viene attivato dal partner con il fine del controllo. Questo tipo di comportamento rientra in quella che potremmo definire gelosia disfunzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la gelosia è moderata rientrando nella dinamica affettiva tra due persone allora può essere definita “fisiologica” ed è legata al senso di protezione verso un rapporto che riteniamo importante. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una gelosia eccessiva diventa fonte di malessere per chi la sperimenta e per chi la subisce, danneggiando la relazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il continuum della gelosia</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo specificare che esiste un continuum della gelosia all’interno del quale possiamo ritrovare quattro livelli:&nbsp;</p>



<div class="wp-block-group is-vertical is-layout-flex wp-container-core-group-is-layout-4fc3f8e1 wp-block-group-is-layout-flex">
<div class="wp-block-group is-vertical is-layout-flex wp-container-core-group-is-layout-4fc3f8e1 wp-block-group-is-layout-flex">
<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>gelosia reattiva</strong>&nbsp;&#8211; un’emozione intensa determinata da evidenti comportamenti infedeli da parte del/della partner.</li><li><strong>gelosia ansiosa</strong>&nbsp;&#8211; una reazione di allarme anche in assenza di una reale minaccia.</li><li><strong>gelosia possessiva</strong>&nbsp;&#8211; dove vengono attivati tutta una serie di comportamenti di ipercontrollo verso il/la partner (Utz e Beukeboom 2011).</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">    4.&nbsp;&nbsp;<strong>gelosia patologica</strong>. Le caratteristiche individuate da De Clérambault hanno permesso di distinguere le   forme cliniche all’interno del campo della gelosia patologica. Tra queste:</p>
</div>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>delirio di gelosia o Sindrome di Otello</strong>, ovvero la convinzione delirante d’infedeltà.&nbsp;</li><li><strong>gelosia ossessiva</strong>, che presenta le caratteristiche di un disturbo ossessivo-compulsivo. Spesso la persona gelosa si rende pienamente conto dell’infondatezza dei propri sospetti, ma non riesce a liberarsi dal tormento del dubbio.</li><li><strong>l’iperestesia gelosa di Mairet</strong>, dove le idee di gelosia sono quantitativamente floride e tendono ad occupare tutto il campo esperenziale del paziente. Le tematiche di gelosia assumono la struttura formale di «idee prevalenti», hanno cioè una forte componente affettiva e mantengono un costante confronto con la realtà, pur occupando in modo stabile ed esclusivo il campo coscienziale del paziente.</li></ul>
</div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella ricetta della relazione di coppia sana la gelosia può esistere, ma solo in piccole dosi (q.b.), se si trasforma in ossessione e controllo allora siamo di fronte a una dinamica disfunzionale che minerà il rapporto e genererà sofferenza in entrambi i partner.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La gelosia eccessiva tende ad azzerare gli spazi tra sé e il partner, tra la coppia e il mondo esterno nel tentativo malsano di recintare la coppia e di proteggerla dalle incursioni e da possibili tentazioni.&nbsp;<strong>Il risultato non è mai la protezione, ma l’asfissia</strong>.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Un legame d’amore senza aria e senza sole è come una fiamma rinchiusa in un bicchiere: senza ossigeno che la rigeneri, prima o poi si spegne</strong>&nbsp;(V. Randone).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La gente crede di sapere che cosa sia l’amore: non lo sa!</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>E il loro malinteso rispetto all’amore crea gelosia.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Con “amore” la gente intende un certo tipo di monopolio, una sorta di ossessività,</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>ma non comprende un semplice fatto della vita:&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>nel momento in cui possiedi qualcuno, un essere vivente, lo hai ucciso.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La vita non può essere posseduta.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Non la puoi trattenere in un pugno:</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>se la vuoi avere,</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>devi tenere aperte le tue mani</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Osho 2004</p>
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		<title>LA DIPENDENZA AFFETTIVA NON E’ UN VIZIO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 12:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Relazione di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[Dipendenza affettiva]]></category>
		<category><![CDATA[relazione di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[La dipendenza non è un vizio, ne è una malattia ma è un processo che si innesca quando una persona, nel contatto con un particolare oggetto si sperimenta in maniera diversa e legge tale ristrutturazione del sé come positiva e più funzionale. ]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Nascere dipendenti</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“<em>C’è uno stadio all’inizio dello sviluppo dell’individuo in cui l’ambiente entra necessariamente in gioco, ha un suo posto preciso e non si può quindi evitare di dargli l’importanza che gli compete.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Il neonato non ha ancora separato il NON-ME dal ME, cosicchè, per definizione il NON-ME o l’ambiente è una parte del ME dal punto di vista dell’Io del bambino</em>”</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">(Winnicott, 1989 p. 487)</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni essere umano nasce dipendente dalla relazione con gli adulti che si prendono cura di lui/lei. Il neonato non è autonomo, ma ha estremo bisogno di un altro che possa comprendere e soddisfare i suoi bisogni primari.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’ambiente pre-natale ha un impatto significativo sul nascituro. Ricerche svolte sui cuccioli di primati hanno dimostrato gli <strong>effetti dello stress materno sullo sviluppo post-natale</strong>, ed in particolare è stato riscontrato da Schneider (1992, 1999) che i piccoli sottoposti a stress prenatale hanno peso inferiore alla nascita, ritardo nello sviluppo motorio, span attentivo inferiore.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri studi evidenziano come alcuni aspetti dell’ambiente e delle cure neonatali, come per esempio l’<strong>handling </strong>(manipolazione) attutiscano gli effetti dannosi sullo sviluppo neonatale dell’esposizione a stress prenatale (Vallee 1997).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ambiente (in particolar a livello relazionale), quindi, ha un impatto alquanto significativo e non solo nelle prime fasi evolutive, ma per tutto l’arco della vita, in quanto siamo tutti dipendenti dall’ambiente in cui viviamo: fisico, materiale, culturale e sociale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo, quindi, fisiologicamente ed antropologicamente tutti “dipendenti”, ma il confine tra la dipendenza sana e quella patologica è insita nei costrutti di <strong>flessibilità, autonomia e differenziazione</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“<em>Si è sempre dipendenti da qualcosa o da qualcuno, il problema è solo relegato alla tipologia di dipendenza, viva se il legame evolve e si trasforma nel tempo; morta se esso invece incatena le persone nella ricorsività statica della non crescita</em>”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">(Scurti P., 2021 p. 62).</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">La dipendenza “morta” di natura affettiva</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni legame affettivo vi è dipendenza che, se assume determinate caratteristiche, può essere definita sana. Il termine dipendenza non ha sempre connotazioni negative. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la dipendenza si tramuta in schiavitù che non lascia spazio all’individualità, alla libertà, alla gioia, diventando un legame costrittivo ed ossessivo allora siamo di fronte ad un groviglio di dinamiche distruttive e tossiche.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>La dipendenza affettiva patologica è il risultato dell’intersezione tra il potere che il partner ha ed il potere che la persona è disposta ad attribuire e cedere al partner.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La dipendenza si realizza all’interno di una relazione, dove uno dei due partner sposta il proprio baricentro esistenziale vero l’altro attivando un percorso dal Sé alla coppia, e può assottigliarsi solamente tramite il percorso inverso: <strong>dalla coppia al Sé</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La dipendenza non è un vizio, ne è una malattia ma è un processo che si innesca quando una persona, nel contatto con un particolare oggetto si sperimenta in maniera diversa e legge tale ristrutturazione del sé come positiva e più funzionale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">“E’ la convinzione individuale in seguito ad un’esperienza soggettivamente interpretata, di avere trovato in un posto e solo in quel posto la risposta fondamentale ai propri bisogni e desideri essenziali: che non è possibile soddisfare altrimenti” (Rigliano, 1998).</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">La dipendenza affettiva come fuga</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I comportamenti additivi ad orientamento affettivo servono per gestire e/o evitare il mare emozionale interno fatto di correnti di varie intensità: il dolore, l’abbandono, la paura della solitudine, l’impulsività, la preoccupazione, la rinuncia, la frustrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo mare è ingestibile ed è necessario trovare una distanza, convincendosi di essere su una spiaggia meravigliosa che potrà appagare tutti i desideri piuttosto che sentire la fatica nello stare annaspando al largo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dipendenza, allora, funge da salvagente illusorio che estranea da se stessi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il partner diventa un’esigenza, un bisogno, qualcosa a cui aggrapparsi, in cui specchiarsi, a cui tendere. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’altro è tutto!</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questo tutto assottiglia la libertà e l’autonomia. Ogni dipendenza, secondo Giddens, è una reazione difensiva ed una fuga, un riconoscimento di mancanza di autonomia che getta un’ombra sulle capacità dell’Io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>“Io esisto solo attraverso la relazione con il mio partner, da sol* non sono nulla”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste sono delle vere e proprie credenze limitanti che fungono da ostacolo all’evoluzione personale. I dipendenti affettivi non hanno molti gradi di libertà perché la relazione di coppia, il loro bisogno di quella relazione, è una gabbia all’interno della quale è impossibile muoversi fluidamente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“<em>Le dipendenze affettive hanno molti volti, tante voci. Ma il dolore si presenta sempre uguale. Il meccanismo invisibile che si ripete ancora e ancora. Una donna che, come in un incantesimo malvagio, cercando di sfuggire al suo destino, si ritrova ad ogni giro della sua vita a realizzarne un pezzo. I fantasmi sono invincibili e solo quando si ha la forza ed il coraggio di dare loro un volto ed una storia finalmente smettono di perseguitarla</em>”.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Scurti P., 2021</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Per approfondire:</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Scurti P., 2021, Psicoterapia delle dipendenze: contesti, percorsi e strumenti terapeutici, Franco Angeli</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Francois-Xavier Poudat, 2005, La dipendenza amorosa. Quando l’amore e il sesso diventano una droga</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Guerreschi C., 2011, La dipendenza affettiva. Ma si può morire anche d’amore? Franco Angeli</p>
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		<title>COSA FACCIO A CAPODANNO?                                        L&#8217;ansia dello star bene in compagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jan 2022 06:56:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
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		<category><![CDATA[capodanno]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le regole per Capodanno sono:&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">si DEVE stare in compagnia (non importa nemmeno tantissimo quale compagnia)!&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si DEVE fare qualcosa di assolutamente divertente!&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si DEVE partecipare ad un party!</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo pensiero che viene in mente è “Che ansia, però,”! Perché stare dietro a questi doveri quando forse sarebbe più utile dirsi che il primo dell’anno è solo un numero simbolico?Dovremmo chiederci “cosa mi piacerebbe fare a Capodanno?”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Già mesi prima delle feste girano post sui social in cui si evince l’ansia del “Cosa faccio per le feste?” “Con chi trascorrerò il Capodanno?”, che sottendono un pò la preoccupazione dello star soli e la paura dell’essere mal giudicati qualora non si fosse al centro di inviti festaioli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la settimana che precede il Natale, trascorrere del tempo con se stessi, è tollerato, accolto, mentre nei giorni successivi fino al 7 gennaio essere “soli” diventa quasi una vergogna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le festività di Natale e Capodanno, possono quindi trasformarsi in veri e propri generatori di ansie e angosce per diversi scenari possibili:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Preoccupazioni circa le proprie performance sociali</li><li>Tensioni legate alle relazioni familiari</li><li>Sentimenti di esclusione/solitudine</li><li>Aspettative irrealistiche sul divertimento che vengono infrante</li><li>Disagio nello stare in contesti sociali non confortevoli</li><li>Ricordi legati ad un passato doloroso oppure sofferenza legata ai ricordi di un passato molto felice che non esiste più</li><li>Bilancio in negativo dell’anno appena trascorso</li><li>Paura per il nuovo anno.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">È come se fosse tangibile un’ intensa dissonanza tra le luci, gli addobbi ed i messaggi di felicità del contesto ed il proprio stato d’animo intriso di ansia e tristezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="dalle-doverizzazioni-cognitive-all-evitamento-sociale">Dalle doverizzazioni cognitive all&#8217;evitamento sociale</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">“<em>Un uomo che teme di soffrire&nbsp;soffre già per ciò che teme</em>”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">(Michel De Montaigne)</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso la partecipazione alle feste di inizio anno viene vissuta con uno stato d’animo per nulla rilassato. La tensione spesso ha a che fare con la paura del giudizio e del rifiuto scatenati all’interno del contesto sociale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi oltre ai doveri del “fare”, “fare qualcosa di divertente” e del “fare qualcosa di divertente in compagnia”, queste preoccupazioni danno vita a delle rigide <strong>doverizzazioni cognitive</strong> che non permettono alla persona di essere spontanea, aumentando paradossalmente ed esponenzialmente tutte le difficoltà:</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">“devo essere simpatico”&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">“devo essere del tutto rilassato”&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">“devo sempre dire cose intelligenti”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“non devo mostrarmi ansioso”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“non devo essere il solito sfigato”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste doverizzazioni cognitive generano delle <strong>preoccupazioni sociali</strong>:</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">“Non riuscirò ad essere simpatico e spigliato”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Sarò teso come una corda di violino”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Non riuscirò a dire nulla di interessante”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Mi tremerà la voce e inizierò a sudare”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Sarò il solito sfigato”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">All’interno delle preoccupazioni sociali si incastrano dei veri e propri <strong>giudizi di valore</strong>:</p>



<p class="wp-block-paragraph">“se mi mostro in ansia allora penseranno di me che sono una persona inadeguata”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giudizio: L’ANSIA E’ INDICE DI DEBOLEZZA</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">“se non ho la battuta pronta allora sono un asociale sfigato”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giudizio: IL VALORE PERSONALE DIPENDE DALLE COMPETENZE SOCIALI E DALL’OPINIONE ALTRUI</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">“se commetto un errore, allora sono finito”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giudizio: SBAGLIARE NON E’ TOLLERABILE. SEI SBAGLI SIGNIFICA CHE SEI SBAGLIATO</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I giudizi di valore orientano la valutazione soggettiva di sé e del contesto e di conseguenza le <strong>scelte comportamentali di natura protettiva</strong>:</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“</strong>meglio evitare tutte le situazioni in cui posso essere giudicato”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“è preferibile che io stia in silenzio per evitare di balbettare o dire stupidaggini”</p>



<p class="wp-block-paragraph">“faccio finta di parlare al cellulare quando mi si avvicina qualcuno”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="la-tentata-soluzione-rinforza-il-problema">La tentata soluzione rinforza il problema</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In pratica per la festa di Capodanno si chiede a se stessi di essere la versione carismatica, attraente e perfetta di se stessi, ma si finisce per fare i soprammobili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Affannarsi a cercare di risolvere il problema attraverso l’assenza di difetti e la tendenza al perfezionismo comportamentale, fisico, comunicativo rinforza il problema stesso: </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li>forzarsi ad essere spontanei fa sembrare più rigidi</li><li>obbligarsi a non avere l’ansia genera maggiore agitazione</li><li>sentirsi tutti gli occhi puntati addosso mette nelle condizioni di realizzare performance sociali meno brillanti di quelle che si potrebbero mettere in campo.&nbsp;</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In pratica la paura del problema rinforza il problema stesso!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso dei contesti sociali ci troviamo di fronte alla preoccupazione di attivare comportamenti che renderebbero noti ad altri certi difetti, incapacità, manchevolezze per le quali si verrebbe giudicati negativamente. Ma il primo giudizio negativo parte da sé!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi non siamo deboli perché proviamo ansia, perché non sappiamo parlare con gli altri, perché diremo frasi sconnesse e poco interessanti, ma è il giudizio negativo su noi stessi che ci indebolisce.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="consigli-per-affrontare-il-capodanno">Consigli per affrontare il Capodanno</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ol class="wp-block-list"><li>Accetta o tuoi limiti e difetti, pensandoli come caratteristiche e non come nei da coprire a tutti i costi.</li><li>Abbi contezza che anche gli altri hanno dei limiti e dei difetti, perché la perfezione non esiste in te, ma non esiste anche negli altri.</li><li>I giudizi altrui non sono descrittori della tua persona. Gli altri possono pensare ciò che desiderano, ma tu sai chi sei!</li><li>Una brutta figura non fa di te una persona incapace.</li><li>Dall’errore si può apprendere.</li><li>Punta sulle tue qualità e capacità invece che sulle abilità che pensi siano gradite agli altri.</li><li>Essere rifiutati da qualcuno non è una catastrofe, è un normale evento sociale che tutti vivono.</li><li>Non metterti a scrivere una lunga lista di buoni propositi, che si assottiglia con il trascorrere dei mesi. Già a marzo i buoni propositi si trasformano in progetti non raggiunti che rimangono chiusi nel cassetto pronti per l’anno successivo e ti farebbero sentire fallimentare. Poniti obiettivi (pochi) semplici, chiari, raggiungibili e nuovi! <strong>Obiettivi, non propositi</strong>!</li><li>Pensa il Capodanno come un’opportunità e non come l’ennesimo tentativo di dimostrare che sei migliore di ciò che hai mostrato fino ad ora.&nbsp;<strong>Non hai nulla da dimostrare!</strong></li><li>Ricorda che per quanto l’anno appena trascorso sia stato un disastro, sei sopravvissuto!&nbsp;<strong>Hai saputo reagire, resistente e resiliente!&nbsp;</strong></li></ol>



<p class="wp-block-paragraph"></p></div>
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		<title>L’importanza della sicurezza relazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 07:44:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[La sicurezza relazionale è uno dei fattori più importanti delle relazioni, quello che viene cercato e desiderato come maggiore intensità. Ma che cos’è la sicurezza relazionale?  Quanto conta all’interno delle relazioni? Da dove ha origine e come si accresce nel corso della vita?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>La sicurezza relazionale è uno dei fattori più importanti delle relazioni, quello che viene cercato e desiderato come maggiore intensità. Ma che cos’è la sicurezza relazionale?&nbsp;&nbsp;Quanto conta all’interno delle relazioni? Da dove ha origine e come si accresce nel corso della vita?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Scopriamolo all’interno di questo articolo.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sicurezza relazionale: significato e teorie</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Se dovessimo fare una classifica degli elementi più significativi all’interno dei rapporti, siano essi familiari, di coppia, amicali e di colleganza, tra i primi posti ci sarebbe sicuramente la sicurezza relazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1991 Sandler affermava che è <strong>il bisogno di&nbsp;sicurezza relazionale l’organizzatore motivazionale principale della vita mentale</strong>, includendo in esso anche ogni altro bisogno compreso quello attinente alla ricerca del piacere.</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Teoria dei bisogni di Maslow</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">Abraham Maslow, nella sua classificazione gerarchica della motivazione, inserì la sicurezza come uno dei bisogni fondamentali dell’uomo. Egli ideò la famosa <strong>piramide dei bisogni</strong>, alla cui base ci sono i bisogni primari fino ad arrivare  alla parte apicale, dove si staglia il bisogno di realizzazione di sé. Solo se vengono soddisfatti i bisogni dello step precedente potranno essere soddisfatti i bisogni successivi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al primo gradino della piramide troviamo i <strong>bisogni fisiologici</strong>, come fame, sete, riposo. Se questi verranno soddisfatti la persona sarà motivata a ricercare la seconda trance di bisogni primari ovvero i <strong>bisogni di sicurezza</strong>: sicurezza fisica (assenza di pericoli), sicurezza economica, sicurezza legata alla salute, sicurezza relazionale (in particolar modo legata ai rapporti familiari).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Subito dopo troviamo il <strong>bisogno di appartenenza</strong>, legato alla necessità della persona di creare dei legami significativamente affettivi. Ciò si collega spontaneamente al <strong>bisogno di stima</strong> che viene autodiretto (autostima, autoefficacia) ed eterodiretto (la persona stima e rispetta l’altro).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo step della piramide accoglie il <strong>bisogno di autorealizzazione</strong>, che spinge la persona a mettere in campo le personali risorse per raggiungere i propri obiettivi.&nbsp;</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="715" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/08/piramide-maslow-1024x715.png" alt="" class="wp-image-33379" srcset="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/08/piramide-maslow-980x684.png 980w, https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/08/piramide-maslow-480x335.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Sicurezza vs Pericolo</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza, dunque, è importante, ma dobbiamo aver a che fare anche con il suo opposto, ovvero il <strong>senso di pericolo relazionale</strong>.&nbsp;Spesso, infatti, oscilliamo tra il pericolo e la sicurezza del legame: da un lato viviamo l’angoscia del legame enfatizzato da una cultura individualistica che sottolinea quanto sia terrifico stare dentro un rapporto che incatena a scapito della libertà personale; dall’altro&nbsp;siamo alla continua ricerca del senso di sicurezza, ovvero di una base stabile che attribuisca un senso alla nostra natura relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non stiamo parlando della flaccida sicurezza che si mantiene all’interno di rapporti abitudinari e spenti, ma di una <strong>sicurezza dinamica la cui forza è stabilita dalla possibilità di mantenimento del legame nonostante le separazioni, i conflitti, le rotture temporanee</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, in realtà la questione non è un conflitto monopersonale: pericolo vs sicurezza, ma una dialettica bipersonale: pericolo e sicurezza (Castellano, Bonucci, 2017).&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ovvero, la sicurezza relazionale può essere percepita solo confrontandosi con il pericolo: <strong>solo se il rapporto sperimenta l’incertezza avremo la certezza della sicurezza</strong>. Solo se nonostante le crepe la relazione si mantiene stabile, si avrà la consapevolezza che quel legame è sicuro.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sicurezza relazionale: origini</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza relazionale non dipende solo da noi, dall’altro, dalle dinamiche intrinseche di quella specifica relazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è una caratteristica dell’individuo, ma descrive la natura di una connessione interpersonale</strong> (Siegel 2012), che deriva soprattutto dalle esperienze relazionali infantili le quali fungono da stampo che modella le relazioni adulte.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Interazioni ripetute con Altri significativi, capaci di protezione e sostegno, tendono a produrre un senso relativamente stabile di sicurezza nell’attaccamento (per esempio, la sensazione di poter fare riferimento, per poter ottenere protezione e sostegno, alle persone più vicine; di poter esplorare l’ambiente in modo sicuro ed efficace; di stabilire relazioni soddisfacenti con gli altri),&nbsp;che in vari modi conduce allo sviluppo di un modello di sé stabile e positivo e a una serie di strategie di regolazione affettiva riuscite e in buona parte autonome (Mikulincer, Shaver 2004).</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Da questo back-ground evolutivo e relazionale si sviluppa la personalità adulta che è autonoma anche perché capace di fidarsi, chiedere aiuto, appoggiarsi e collaborare con gli altri, avendo strutturato il senso della propria sicurezza in riferimento tanto a figure di accudimento internalizzate, quanto a figure di riferimento esterne (Caretti, Barbera 2005). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando siamo piccoli impariamo le regole relazionali attraverso le interazioni con le figure di accudimento, apprendiamo l’amore attraverso ciò che riceviamo: attenzioni, carezze, interesse dell’adulto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La qualità dell’accudimento materno dà un chiaro contributo alla sicurezza.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">“La mente si organizza fin dai primordi per fornirsi, a partire dagli stimoli offerti dall’ambiente, di oggetti interni in grado di garantire legami affettivi e sicurezza relazionale&nbsp;da un lato, e di conseguenza continuità esperienziale dall’altro” (Dallanegra 2005). </p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza relazione e la continuità esperienziale sono imprescindibili affinchè il bambino (e l’adulto poi) possa affrontare adeguatamente le esperienze di temporanea insicurezza e discontinuità.&nbsp;</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>La sensibilità materna</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">La&nbsp;<strong>sensibilità materna</strong>, la capacità della madre di rispondere adeguatamente alle manifestazioni di disagio del bambino, una stimolazione adeguata, la sincronizzazione interazionale e il calore, il coinvolgimento e la responsività si sono rivelati tutti predittori della sicurezza dell’attaccamento in moltissimi studi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il concetto di “sensibilità” materna è stato elaborato da Mary Ainsworth (1979): un comportamento di cura sensibile consiste nella capacità della madre di percepire i segnali del bambino, di comprenderli e di rispondervi in modo adeguato. La risposta materna per essere definita di “responsività sensibile” deve inoltre essere rapida, entro un tempo di frustrazione che sia sopportabile per il bambino.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mamma e bambino fanno parte di un sistema di comunicazione affettiva dove le reazioni all’esperienza affettiva di un partner sono determinate dall’espressione affettiva dell’altro e viceversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo fin dai primissimi mesi di vita.&nbsp;</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo still face</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">Lo psicologo Edward Tronik ha studiato gli esiti delle interazioni mamma-bambino attraverso la procedura sperimentale definita still face o paradigma del volto immobile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La procedura è utilizzata con neonati (1-4 mesi di vita) posti di fronte alla mamma. Inizialmente i due interagiscono normalmente, poi alla mamma è richiesto di tenere il volto immobile, impassibile, con espressione emotiva neutra e di non rispondere alle sollecitazioni di interazione del bambino. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa accade quando la mamma si immobilizza?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dopo circa una ventina di secondi, durante i quali il piccolo sollecita la mamma all&#8217;interazione, il bambino modifica il proprio comportamento:&nbsp;</strong>assume un’espressione seria, la bocca diventa cadente, si agita, distoglie lo sguardo. In pratica, si ritira dall’interazione come se vi rinunciasse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è osservato che se la ripresa dell’interazione, dopo il volto immobile, avviene in meno di 30 secondi il bambino assume il suo tipico comportamento e le interazioni genito-filiali si riattivano senza conseguenze. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Mentre, se il volto immobile si prolunga oltre i 3 minuti si attiva uno schema di ciclicità negativa e di disagio, che persiste anche durante la normale interazione successiva madre-bambino.</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sicurezza relazionale: caratteristiche</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Il dialogo affettivo ed emozionale tra adulto significativo e bambino è il nucleo centrale nella costruzione del futuro senso di sicurezza personale e relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, se il bambino è cresciuto in un ambiente sereno, privo di alte dosi di conflittualità, con accanto un genitore che ha fornito cure sensibili e amore, in età adulta la persona sarà capace di donare agli altri; viceversa, se il bambino non ha ricevuto sufficienti attenzioni amorevoli svilupperà probabilmente una certa insicurezza su di sè e sulle relazioni. Da adulto tenderà a continuare ad attendere che l’altro dia qualcosa, ovvero tutto quello che hanno tanto atteso da piccoli senza mai ottenerlo.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Si sentirà a credito relazionale e per questo il Focus sarà puntato su trovare cure e attenzioni che possano colmare antiche manchevolezze.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">In particolare, chi ha avuto modo di sperimentare la sicurezza relazionale fin dalla nascita sembra presentare le seguenti caratteristiche:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Si considera degno di amore</li><li>È consapevole delle proprie fragilità, senza fuggire da esse&nbsp;</li><li>Rispetta le differenze tra sé e gli altri</li><li>Non sente l’esigenza di primeggiare a tutti i costi</li><li>Si sente libero di compiere scelte personali</li><li>Tende a non giudicare gli altri</li><li>Emerge una certa tranquillità nella creazione dei legami</li></ul>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Ma, quindi, è già tutto scritto e immutabile? Se ho avuto un passato difficile non avrò mai la possibilità di sperimentare legami relazionali sani?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh assolutamente non è tutto definito, bensì trasformabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante, inoltre prendere in considerazione diverse variabili che hanno contribuito alla determinazione del senso di sicurezza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I legami con le figure di attaccamento sono fondamentali, ma hanno importanza anche: la relazione di coppia dei genitori; i rapporti che il bambino ha sperimentato con altri adulti significativi (nonni, zii…); la rete sociale in cui la persona ha vissuto (scuola, sport, amici…), i rapporti adulti presenti (amici, partner).&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">La creazione di altri rapporti nutrienti e sicuri offre l’opportunità di coltivare la piccola piantina di sicurezza che il soggetto porta in eredità dalle relazioni primarie, per rinforzarla.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoro sarà più lungo e faticoso, ma la pianta può sicuramente germogliare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il legame con lo psicoterapeuta può fungere da temporanea base sicura. L’attaccamento all’interno della relazione terapeutica rappresenta una base importante per il processo di cambiamento.</p>



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<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Maslow A., (2010) Motivazione e personalità, Armando Editore</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Castellano R., Bonucci C., (2017) Una poltrona per tre. Pazienti e analista nella terapia di coppia, Franco Angeli&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Siegel D., (1999) La mente relazionale, Raffaello Cortina Editore</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">MIKULINCER, M., SHAVER, P. R. (2004), Security-Based Self-Representations in Adulthood: Contents and Processes, in RHOLES, W. S., SIMPSON, J. A. (a cura di), Adult Attachment. Theory, Research, and Clinical Implications, The Guilford Press, New York: 159-195).</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Caretti, V., LA Barbera, D. (a cura di, 2005),&nbsp;<em>Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia</em>, Raffaello Cortina.&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Telfener U., (2007) Le forme dell’addio. Effetti collaterali dell’amore, Alberto Castelvecchi Editore</p>
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		<title>I rapporti &#8220;mediati&#8221; dai social</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 06:26:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[Siamo veramente connessi a qualcuno?
I social media in questi due anni di clausura forzata ci hanno concesso l’opportunità salvifica di mantenere uno sguardo sul mondo, riducendo il senso di isolamento. 
Sono stati per certi versi “terapeutici”, ma il mare di connessioni è ricco di profondità che non si riescono a cogliere e che possono generare disorientamento e malessere. 
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Internet è diventato negli ultimi decenni uno strumento indispensabile nelle nostre vite. </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In particolare, la pandemia per Covid-19, che ci ha costretti a casa privati di spazi fisici e relazionali, ha incrementato l’uso di internet e ha modificato il modo di gestire i rapporti sociali. </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ma <strong>siamo veramente connessi a qualcuno</strong>?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>I social media in questi due anni di clausura forzata ci hanno concesso l’opportunità salvifica di mantenere uno sguardo sul mondo, riducendo il senso di isolamento.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sono stati per certi versi “terapeutici”, ma il mare di connessioni è ricco di profondità che non si riescono a cogliere e che possono generare disorientamento e malessere. </em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Vita sociale vs Vita social</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Spesso osservo persone allo stesso tavolo che, invece di godersi l’incontro del qui ed ora con una persona in carne ed ossa, preferiscono chattare con chi non è presente, con un profilo digitale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È cambiato, dunque, il modo di pensare i rapporti: oggi sei “amico” se puoi accedere ai contenuti social di un altro. In pratica, <strong>divento amico con un click e ho la libertà di non esserlo più con la stessa facilità</strong>. </p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La vita sociale virtuale si configura come una copia, una ricostruzione, un’imitazione goffa della vita sociale face to face. Le interazioni, le amicizie e gli amori tra persone si liquefanno</em>.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">(Cantelmi T., 2013)</p>



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<p class="wp-block-paragraph">È più semplice e protettivo lasciare un commento per esprimere empatia piuttosto che abbracciare qualcuno ed ascoltarlo per ore; è più facile mettere un like piuttosto che fare una telefonata e chiedere “come stai?”. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I rapporti veri e solidi richiedono molto impegno e fatica, richiedono cura e dedizione. E all’interno della nostra frenesia ed individualismo questo non sempre è consentito. Non si è disposti a scendere a compromessi, ad ascoltare l’altro, a rinunciare, a conoscere davvero chi si ha di fronte, scoprendolo piano piano. Non si è più disposti ad offrire fiducia e l’intimità emotiva diventa pericolosa. </p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sfuggiamo dai legami, perché ci sentiamo annodati </strong>a qualcuno diverso da sé e questo diventa soffocante. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La libertà prima di tutto!</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ma poi siamo schiavi dei follower sui social che nemmeno conosciamo.&nbsp;</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Amici con la a minuscola</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">I social media sembrano dei cataloghi all’interno dei quali scegliere il nuovo amico/a sulla scorta del suo profilo: se l’aspetto estetico è ok e ci soddisfa, allora si passa al lavoro, agli interessi, al tipo di vita che svolge, senza pensare che quella persona potrebbe essere solo frutto dell’immaginazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso, dietro un profilo brillante, al limite della perfezione, ci sono persone molto diverse, con una profonda sofferenza psichica, che cercano un rifugio contro la noia, la depressione, l’insoddisfazione della propria esistenza. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Quindi, per scegliere gli amici e più che altro per sentirmi amico di qualcuno, per sentirmi social (ma non sociale) vado sui loro profili, faccio le mie valutazioni e tra due persone che mi piacciono, seleziono quella con più follower (perché potrebbe essere utile a far crescere la mia popolarità).  </p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La libertà di stringere amicizie con chiunque, presentarsi come si vuole a queste, interromperle quando si ha voglia, riunirle in un unico grande contenitore senza distinzione d’importanza, porta a un’inevitabile instabilità, insicurezza e precarietà dei legami</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>(Carlini F., 2004). </em></p>



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<p class="wp-block-paragraph">In pratica, <strong>non esistono legami, ma solo connessioni e disconnessioni. Viviamo esprimendo nei social il bisogno di essere VISTI dagli altri, di mostrarci, per ottenere quei feedback indispensabile alla stima di sè. </strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Bauman, crede fermamente che l’era digitale abbia portato la “<strong>creazione di reti ma non di comunità</strong>”, cioè non quel gruppo legato da uno stretto rapporto che rafforza l’individuo e gli da un senso d’appartenenza, quindi di sicurezza e vicinanza, ma una “rete” globale, che nel mentre mette in contatto più velocemente con molti altri, “rende allo stesso tempo gli individui più deboli, aumenta il senso di solitudine, d’insicurezza e porta, col procedere, all’infelicità” (Bauman Z., 2014).</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dimmi quanti follower hai e ti dirò chi sei</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Il tasto&nbsp;like, il “mi piace” del web, è il tasto più cliccato al mondo (Cantelmi T., 2013).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E siccome ogni medaglia ha il proprio rovescio anche la questione dei like ha, a mio avviso, aspetti positivi e negativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un lato avere una finestra sul mondo, anche quello più lontano spazialmente da me, permette di conoscere cose che probabilmente non si sarebbero mai potute vedere. Questo arricchisce e stimola. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricevere numerose informazioni differenti e osservare persone che esprimono la propria arte sui social, invoglia a “fare”, attiva idee, mette in moto il processo creativo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, avere molti stimoli, foto e video, e per ognuno di essi chiedersi “mi piace?”, offre l’opportunità di conoscersi di più ed interrogarsi anche su aspetti esistenziali o creativi che sarebbero rimasti inesplorati. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ma, girando la medaglia, quando il focus è spostato sulla domanda “<strong>quanto piaccio agli altri?</strong>”, andando alla spasmodica ricerca di follower per raccogliere gratificazione, per sapere quanto valiamo come persone, allora lì le cose cambiano drasticamente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se con un tot numero di seguaci digitali sono &#8220;loser&#8221; e con un altro tot sono apprezzato, allora il mio valore intrinseco dov&#8217;è?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bisogno di approvazione, apprezzamento, stima, appartenenza muovono molte persone che condividono tutto, tutto ciò che pensano possa soddisfare i loro bisogni. Cancellano le imperfezioni con Photoshop e postano. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le foto sui profili sono tutte simili, alla ricerca di un&#8217;ideale di perfezione per essere acclamati.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ma il prezzo che si paga può essere elevato: <strong>l&#8217;uniformità a scapito della personalità</strong>. </p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Essere o non essere?</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Sui social media, che funzionano attraverso contenuti visivi, l&#8217;apparire in un certo modo conta molto di più che l&#8217;essere in un certo modo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E, spesso, l&#8217;immagine social che la persona crea di se stessa non solo è distante da quella reale, ma è anche difforme dall&#8217;immagine ideale di sé. Non vorrei essere ciò che desidero, ma ciò che ritengo possa piacere agli altri. &#8220;Gli altri&#8221;, la folla, il pubblico diventa sovrano indiscusso e, attraverso questo potere, diventa giudice che valuta ogni giorno tutto il giorno. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ma cosa valuta?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aspetti che con il valore personale non c’entrano poi tanto: la questione estetica in prima battuta, il look.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella vita reale, invece, si dovrebbe essere apprezzati per quello che si è, per i propri valori, per l’intelligenza, l’altruismo, la gentilezza. Non di certo per la taglia di reggiseno, i tatuaggi, gli addominali scolpiti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si viene apprezzati solo se ricevi più applausi degli altri come in una gara di popolarità di bassa lega, ma se ricevi applausi dalle persone che per te sono importanti. </p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Sui social conta la quantità, mentre nel sociale conta la qualità.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Spesso, inoltre, il confronto con il profilo social altrui, in cui viene ostentata una vita felice e perfetta, determina un movimento di crisi ed insoddisfazione circa la propria vita. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ci ricordiamo quasi mai che i social sono delle vetrine e nelle vetrine si mettono in vista le cose migliori che si hanno, mentre quelle più scadenti si lasciano nel fondo del magazzino. </p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rispondi alle domande</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">La questione non è avere o meno i profili social (sono la prima che li ha e li cura), ma <strong>è importante gestirli adeguatamente, con misura e non dare ai social media il potere di definire chi siamo e quanto valore abbiamo. </strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere utile porsi alcune domande:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>La quantità di follower e like è indicativa del mio valore personale?</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li>I social media sono per me uno svago o un obbligo?</li></ul>



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<ul class="wp-block-list"><li>Mi mostro per quella che non sono davvero?</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li>Cosa mostro di me sui social? Le mie qualità (intelligenza e creatività), le mie idee sulla vita e sul mondo, le mie abilità oppure una versione distorta di me?</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li>Ho una rete sociale nella vita vera?</li></ul>



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<ul class="wp-block-list"><li>Quante ore della mia giornata sto connesso/a?</li></ul>



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<ul class="wp-block-list"><li>Nella vita sociale ho delle relazioni soddisfacenti? Le curo?</li></ul>



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<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Cantalemi T., (2013) Tecnoliquidità. La psicologia ai tempi di internet: la mente tecnoliquida, San Paolo Edizioni</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Carlini F., (2004) Parole di carta e di web. Ecologia della comunicazione, Einaudi&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Bauman Z., (2014) La società dell’incertezza, Il Mulino</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Psicoterapia: quando, come e perché?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Aug 2021 08:37:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[individuo]]></category>
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					<description><![CDATA[Dubbi e perplessità sulla psicoterapia? Leggi questo articolo e la nebbia si diraderà gradualmente.&#160; Sembra uno spot pubblicitario, ma in realtà succede spesso che chi desideri iniziare un percorso di cura psicologica, venga assalito da interrogativi a cui, spesso, non si trovano risposte soddisfacenti.&#160; Ho scritto questo articolo proprio per poter colmare i vuoti, dare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Dubbi e perplessità sulla psicoterapia? Leggi questo articolo e la nebbia si diraderà gradualmente.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sembra uno spot pubblicitario, ma in realtà succede spesso che chi desideri iniziare un percorso di cura psicologica, venga assalito da interrogativi a cui, spesso, non si trovano risposte soddisfacenti.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ho scritto questo articolo proprio per poter colmare i vuoti, dare risposte, fare chiarezza (seppur sottolineo che la mia è&nbsp;<strong>una</strong>&nbsp;visione, da addetto ai lavori, che non ha la pretesa di essere esaustiva circa l’argomento trattato).&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Per evitare la confusione di informazioni presenti sul web, quelle che circolano all’interno delle conversazioni tra conoscenti, parenti e amici, per sfatare dei falsi miti e mettere in dubbio alcune certezze sulla psicoterapia che fanno parte di un immaginario collettivo, ormai da considerare desueto, cercherò di parlare di psicoterapia in maniera semplice e chiara.&nbsp;</em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che ansia la psicoterapia</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Nel tuo immaginario, probabilmente, già la parola psicoterapia ti fa salire l’ansia:&nbsp;</p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“oh no, chissà come potrebbe essere la seduta?”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“quanto tempo durerà?”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“cosa penserà di me il dottore se gli raccontassi i miei pensieri più profondi?”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“e se fossi pazzo?”</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“cosa penseranno di me parenti e amici se sapessero che vado dallo psicologo?”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Vergogna, preoccupazione, indecisione, paura, incertezza, disagio</strong>… queste sono le emozioni che si legano a filo doppio ai pensieri su esposti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E a questi si aggiunge l’idea dello psicoterapeuta come un signore di mezza età, con piccoli occhiali tondi posti sulla punta del naso ed una pipa in mano, come una di quelle immagini stereotipate che troviamo sul web dello “psicoterapeuta alla Freud”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensi che per tutta l’ora, rimarrà seduto con gamba accavallata, alternando uno sguardo perplesso ad uno giudicante che ti metterà profondamente in discussione. Dirà pochissime parole, criptiche, di cui probabilmente non comprenderai il senso (e proprio per questo ti sembreranno ancora più importanti) che ascolterai comodamente disteso sul lettino, con i piedi incrociati e lo sguardo fisso al muro. Anche senza volerlo parlerai, parlerai, parlerai fino a perderti all’interno delle tue stesse parole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uscirai dalla stanza di terapia “confuso e felice” (come direbbe la concittadina Carmen Consoli), pagherai la prestazione e concorderai il prossimo appuntamento.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh, tutta questa storiella, volutamente ironica, in realtà non è molto distante dall’immagine che molti hanno della psicoterapia. E sono proprio tutte le credenze erronee che alimentano dubbi, incertezze e paure che, come delle barriere, non permettono di accedere alla psicoterapia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, ritengo, che per poter scegliere di intraprendere un percorso psicoterapico con <strong>consapevolezza</strong>, non si possa partire da informazioni parziali ed inadeguate, dalle “voci di corridoio”, ma è necessaria una visione coerente della realtà (seppur di realtà ce ne siano molte e tutte soggettive).&nbsp;</p>



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<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-medium"><img decoding="async" width="300" height="300" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/07/sigmund-freud-300x300.jpeg" alt="" class="wp-image-33349"/></figure></div>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dubbi e perplessità: funzionerà davvero?</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Ti saresti aspettato/a di leggere come risposta: certo che sì!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh, invece ti rispondo con: chi può dirlo? Chi può avere la certezza assoluta dell’efficacia di una qualunque attività che si intraprende per la prima volta?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche quando ci si sottopone ad un intervento chirurgico c’è sempre una quota di rischio, una probabilità di insuccesso.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se quell’operazione fosse necessaria per migliorare la qualità della vita, non la faremmo?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per costruire un maggiore benessere bisogna muoversi e fare un passo avanti, seppur nel movimento ci si sente in bilico con il rischio di cadere.</strong>&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per moltissimi anni lo sguardo nei confronti della psicoterapia è stato legato al soggettivismo e all’autoreferenzialità, ma diversi studi scientifici hanno evidenziato l’efficacia empirica dei trattamenti psicoterapici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’efficacia della psicoterapia dipende da variabili alcune interne alla terapia stessa ed altre extraterapeutiche: la gravità dei sintomi, la cronicità del problema, il grado di motivazione al cambiamento, l’alleanza terapeutica, il mutuo accordo degli obiettivi da raggiungere, le tecniche e l’orientamento teorico del professionista, le risorse socio-familiari del paziente, il sistema di supporto comunitario, ecc.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sicuramente la variabile più importante e quella che determina più di ogni altra il successo o il fallimento terapeutico è la&nbsp;<strong>relazione terapeutica</strong>, ovvero quel legame sincero tra professionista e paziente basato sulla fiducia reciproca.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La relazione è l’essenza del percorso terapeutico.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La relazione è quella che permette la comunicazione profonda,&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>è il contesto all’interno del quale si coltiva la fiducia nel cambiamento.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La relazione è la cura.</em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi è lo psicoterapeuta?</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph">Pensi che lo psicoterapeuta sia uno sciamano, un guaritore, un mago che solo con il potere del suo carisma riuscirà a cambiare radicalmente te e la sua intera esistenza?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è così!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo psicoterapeuta è un medico o uno psicologo che ha frequentato, dopo la laurea, un corso di specializzazione in psicoterapia della durata di almeno 4 anni e che continua a formarsi annualmente per incrementare in modo costante le proprie competenze professionali rimanendo al passo con scoperte e teorie più recenti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo psicoterapeuta è, quindi, un&nbsp;<strong>professionista sanitario</strong>&nbsp;<strong>che lavora in favore del benessere&nbsp;</strong>dei suoi pazienti, ma non ha poteri magici tali da far sparire i sintomi o sollevare dall’angoscia o dallo stress senza che il paziente faccia nulla.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La psicoterapia, infatti è un percorso in cui terapeuta e paziente esplorano e co-costruiscono insieme delle alternative sia di pensiero che di comportamento, che possano sostituire gradualmente i disfunzionali copioni che la persona è abituata ad agire nella propria vita, per poter raggiungere stati di maggiore consapevolezza personale e relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrambi, quindi, hanno un&nbsp;<strong>ruolo attivo</strong>&nbsp;lavorando sinergicamente a favore di un maggiore benessere per il paziente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, se vuoi superare condizioni di impasse e sofferenza attraverso un percorso psicoterapico innanzitutto devi essere motivato e sapere che molto del lavoro dovrai farlo proprio tu, il terapeuta da solo potrà fare ben poco.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>La psicoterapia è un processo relazione che si realizza all’interno di un contesto di cura.</em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>SOS Psicoterapia: quando e perché?</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">“Chi inizia un percorso psicoterapeutico è matto oppure sicuramente qualcosa di sbagliato in lui/lei c’è sicuramente”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh, questo pregiudizio non solo è dannoso, ma anche irrispettoso.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chiunque</strong>, e ribadisco chiunque, nel lungo percorso esistenziale può attraversare delle fasi down, può incappare in crisi da superare o problemi da risolvere.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può rimanere intrappolato all’interno di relazioni disfunzionali oppure incastrato in sintomi da voler debellare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiunque può desiderare migliorarsi, aumentare la consapevolezza di sé per raggiungere più elevati gradi di libertà e benessere.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Quando è utile un percorso di psicoterapia?</strong></h3>



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<ul class="wp-block-list"><li>quando si sperimentano dei momenti, nel corso della vita, in cui si è chiamati ad affrontare delle evenienze interne e/o esterne improvvise o croniche generatrici di disagio e disorientamento;</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si hanno di fronte fasi critiche connesse ai passaggi evolutivi del ciclo vitale (matrimonio, nascita dei figli, rotture relazionali, cambiamenti lavorativi, ecc);</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si attraversano difficoltà emotive, relazionali e/o condizioni stressanti che non consentono di vivere in maniera serena e funzionale la propria quotidianità;</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si hanno dei sintomi che ostacolano l’uso delle proprie risorse all’interno dei diversi contesti di vita;</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si desidera realizzare un lavoro evolutivo per scoprire ed utilizzare il proprio potenziale per raggiungere obiettivi.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, è utile richiedere l’ausilio di un professionista psicologo-psicoterapeuta quando, nonostante gli sforzi, da soli risulta difficoltoso uscire dai soliti vicoli ciechi nei quali si cammina, quando la sofferenza ostacola il regolare andamento della propria vita, quando si vuole migliorare se stessi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La psicoterapia, infatti, si configura come un&nbsp;<strong>work to change</strong>&nbsp;ovvero un lavoro a favore del cambiamento personale e relazionale, che apre la persona verso nuove prospettive, letture e comportamenti.</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Troppe “psicoterapie”: come fare a scegliere?</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph">In realtà la psicoterapia è una soltanto, quello che cambia tra un approccio e l’altro sono le basi epistemologiche e le pratiche cliniche.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immagina come se tu dovessi giungere ad una meta e per farlo puoi utilizzare strade differenti. Ciò che vedrai e le esperienze che vivrai saranno diverse, ma raggiungerai comunque in quel posto specifico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti parlo dell’orientamento che ho scelto: il&nbsp;<strong>modello sistemico-relazionale</strong>, che permette di lavorare con, sulle e attraverso le relazioni, al fine di rendere ogni individuo maggiormente consapevole, aumentando i suoi gradi di libertà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terapeuta si connette con il sistema, sia esso famiglia, individuo singolo, coppia, con un atteggiamento di curiosità che permette di co-creare insieme alternative comportamentali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’attenzione non è rivolta solo al tempo presente dove il sintomo si manifesta, ma anche alla storia passata, che può essere riletta attraverso nuove narrazioni che aprono le porte a più funzionali futuri possibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>L’essenziale non è risolvere il problema, ma che la mia esperienza emotiva,&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>la mia esperienza di me, cambi attraverso la soluzione di quel problema.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>P. Bertrando</em></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Falsità sulla psicoterapia</strong></h2>



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<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicoterapeuta prescrive psicofarmaci</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">FALSO</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia i farmaci possono essere prescritti unicamente dai Medici.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Andare dallo psicoterapeuta significa essere malati di mente</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">FALSO&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo psicologo accoglie e lavora con tutti coloro che desiderino raggiungere livelli più elevati di benessere personale e relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicologo-psicoterapeuta comprende e cura all’istante perché appena ti guarda scruta tutta la verità</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">FALSO</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo psicologo-psicoterapeuta non ha una sfera di cristallo che gli permette di vedere e prevedere passato, presente e futuro di una persona, non ha poteri magici attraverso cui leggere nella mente e nel cuore dell’altro, non ha in mano la verità, non conosce le risposte a tutti i problemi. Lo psicologo ha competenze, conoscenze e strumenti utili alla creazione, insieme al paziente, di vie alternative che stimolino la persona a sperimentare nuove epistemologie e comportamenti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicologo-psicoterapeuta offre solo consigli, tanto vale parlare con un amico</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">FALSO</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo Psicoterapeuta non sarà il tuo migliore amico, quello a cui telefonare all’una di notte dopo una brutta serata. Lo psicologo-psicoterapeuta è un professionista della salute che ha acquisito teorie e tecniche d’intervento che mette all’interno del campo terapeutico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicologo-psicoterapeuta mi trasformerà manipolando la mia mente&nbsp;</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">FALSO</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo della terapia psicologica non è trasformare il paziente in un essere umano perfetto, snaturandolo, ma aiutarlo ad esprimere al meglio tutto ciò che di buona ha dentro e fuori da sé.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Io sono fatto così</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">FALSO</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune credenze condizionano l’idea circa se stessi ed i comportamenti. “Io sono fatto così” implica una condizione statica ed immutabile che non lascia spazio al miglioramento.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Ma Cambiare è Possibile!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se dopo la lettura dell’articolo dovessi avere ulteriori domande rimaste senza risposta contattami pure, sarò lieta di offrirti informazioni concrete e specifiche affinché tu possa prendere decisioni consapevoli per te e la tua vita!</p>
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		<title>Il conflitto relazionale è da evitare?</title>
		<link>https://alessiavecchiopsicologa.it/il-conflitto-relazionale-e-da-evitare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 May 2021 10:04:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[individuo]]></category>
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					<description><![CDATA[Il conflitto è naturale e può essere anche utile per l’evoluzione individuale e relazionale, ma solo se viene gestito efficacemente. 
All’interno dell’articolo troverete degli spunti di riflessione e dei consigli che spero possiate trovare utili per affrontare con maggiore consapevolezza e positività i conflitti. 
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Cosa rispondereste voi a questa domanda: il conflitto è da evitare a tutti i costi perché nocivo per le relazioni?&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La mia risposta è NO.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Il conflitto è naturale e può essere anche utile per l’evoluzione individuale e relazionale, ma solo se viene gestito efficacemente.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>All’interno dell’articolo troverete degli spunti di riflessione e dei consigli che spero possiate trovare utili per affrontare con maggiore consapevolezza e positività i conflitti. </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Il conflitto non va evitato, bensì affrontato efficacemente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La paura del conflitto</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune persone sono molto orientate allo scontro per affermare se stesse, lo cercano attivamente e sembra che facciano di tutto pur di litigare con gli altri.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altre persone, invece, esattamente all’opposto delle prime, vivono un profondo disagio quando sono protagoniste di un conflitto relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scontro le preoccupa, crea tensione e, proprio per queste ragioni, spesso tendono ad evitarlo. Fuggono a gambe levate dalla possibilità di confrontarsi con gli altri. Si, ho scritto&nbsp;<strong>possibilità</strong>, perché ritengo che il conflitto sia un’opportunità importante da cogliere piuttosto che da rifuggire, ovviamente solo nel caso in cui esso venga gestito con maturità e&nbsp;<strong>tenda verso la costruzione piuttosto che la distruzione.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le persone che hanno paura del conflitto attivano tutta una serie di strategie:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>tendono alla compiacenza e all’accondiscendenza verso gli altri senza esprimere in maniera chiara il proprio punto di vista che potrebbe essere difforme rispetto a quello dell’interlocutore;&nbsp;</li><li>cercano la diplomazia a tutti i costi e tendono alla mediazione in ogni contesto;&nbsp;</li><li>stanno in perfetto equilibrio all’interno delle relazioni senza mai sbilanciarsi o assumere posizioni nette.&nbsp;</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Queste modalità possono portare dei vantaggi nel breve periodo, ma non permettono alla persona di esprimersi con libertà e di far conoscere agli altri i propri pensieri e sentimenti. E come conseguenza vi è l’impossibilità di creare e mantenere rapporti significativi, basati sulla reciprocità e sull’autenticità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Non confliggere mai non significa avere delle sane relazioni, anzi tutt’altro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il conflitto è un’opportunità di crescita</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scontro, sempre se circoscritto nel tempo, legato ad evenienze specifiche, agito nel rispetto proprio ed altrui, è addirittura utile alla crescita della relazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conflitto, infatti, ha delle potenzialità intrinseche:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>permette di aumentare il livello di consapevolezza relazionale ed individuale</li><li>mette alla prova la flessibilità&nbsp;</li><li>chiede accoglienza di ciò che è diverso da sè</li><li>stimola alla negoziazione&nbsp;</li><li>permette alle persone di definirsi nelle relazioni ed avere contezza dei rispettivi ruoli</li><li>facilita l’espressione di bisogni profondi&nbsp;</li><li>costruisce una cooperazione che può essere stabile e durevole nel tempo.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">La relazione può uscire addirittura fortificata dal conflitto perché solo attraverso il confronto costruttivo, seppur anche aspro, si possono avviare processi di ristrutturazione dell’identità della relazione per raggiungere nuove fasi evolutive.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non vi è conflitto se non vi è relazione</strong> e questa affermazione, per quanto ovvia, deve essere la premessa per la risoluzione del conflitto. Lo scontro avviene solo perché la relazione esiste ed essa è il fulcro centrale dell’interesse reciproco. Ed il conflitto va gestito attraverso la predisposizione alla protezione della relazione stessa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo si può realizzare passando da una posizione individualistica, dove si parte solo dalle proprie idee e si comunica solo per informare e convince l’altro delle stesse ad una posizione “sociale”, dove il conflitto avviene all’interno di uno scambio relazionale circolare. Partire da questo approccio offre l’opportunità di mettere<strong> in primo piano la relazione e sullo sfondo le individualità</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso l’uso di quest’ottica il conflitto può essere concepito come un fenomeno multidimensionale naturale che funge da ponte evolutivo che permette di rivelare questioni che vanno affrontate. Se poi ci sarà costruzione o distruzione questo non dipende dal conflitto ma da come esso viene gestito.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, Bisogna distinguere tra i conflitti episodici e conflitti che tendono alla cronicizzazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I primi, espliciti e temporanei, sono utili alla relazione, mentre i secondi minano la salute del rapporto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Elementi necessari per la risoluzione del conflitto</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’ingrediente principale per gestire in maniera funzionale un conflitto è l’agire sempre in favore della sua risoluzione nel rispetto proprio e dell’altro.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Agire in buona fede e predisporsi al compromesso sono sicuramente dei presupposti fondamentali, come anche:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>ascoltare attivamente il punto di vista altrui senza porsi immediatamente in un atteggiamento difensivo</li><li>assumere posizioni chiare con la disponibilità di cambiare idea e mostrarsi flessibili</li><li>riconoscere il valore dell’altro ed il suo contributo all’interno del confronto </li><li>non ragionare come se il conflitto debba concludersi con uno che vince e uno che perde. Dal confronto è necessario uscire con una condizione di soddisfazione per entrambi</li><li>essere responsabili per se stessi e per la relazione </li><li>accogliere la differenza </li><li>risalire alle cause profonde del conflitto senza generalizzazioni o semplificazioni</li><li>comprendere il proprio ruolo nell’attivazione e nel mantenimento del conflitto senza pensare che sia tutta colpa dell’altro.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La regola d’oro è selezionare i conflitti</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna scappare dal conflitto, ma sostarvi, stare nel conflitto con una posizione attiva e non di chi lo subisce e ne viene schiacciato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno degli elementi più importanti è scegliere i conflitti, selezionando solo quelli più adeguati. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Non tutto ciò che non va o ci infastidisce vale la pena di essere gestito attraverso lo scontro relazionale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Verso alcune evenienze si può intervenire con maggiore accomodamento, verso altre si possono assumere posizioni nette o di chiusura, verso altre ancora conviene temporeggiare per poter comprendere fino in fondo cosa stia accadendo, cosa ci si aspetta da noi, cosa si può fare per migliorare la situazione senza gettarsi a capofitto nel conflitto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, è importante saper discernere tra le situazioni in modo da individuare quelle per le quali il conflitto possa essere costruttivo ed evolutivo. E per comprendere le situazioni va analizzato il contesto e la direzione del conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>contesto</strong> è l’ambiente fisico, relazionale, sociale in cui avvengono gli scambi tra due o più persone. Ogni contesto ha delle peculiari caratteristiche che hanno un impatto positivo o negativo sul conflitto stesso. Inoltre, per contesto possiamo indicare anche le gerarchie di ruolo. Ad esempio, all’interno dell’ambito lavorativo scegliere il conflitto significa anche comprendere se all’interno del contesto gerarchico quello scontro può avere delle schiance di risoluzione o crescita oppure potrebbe determinare delle ripercussioni molto negative per la carriera o per il team work. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>direzione del conflitto</strong>, invece, risponde alla domanda “a chi è diretto?”. A volte capita che uno scontro nato all’interno di uno scambio tra due interlocutori si allarghi a macchia d’olio coinvolgendo molte più persone. È importante distinguere tra i conflitti che ci riguardano direttamente e per i quali in prima persona possiamo agire ed i conflitti che riguardano altri, per i quali non abbiamo influenze e responsabilità dirette. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>“Il conflitto è l’altra via rispetto alla negazione, all’indifferenza o all’applicazione all’altro del proprio punto di vista e delle proprie universalizzazioni. </em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>In tal senso è, in primo luogo, un conflitto con se stessi e le proprie convinzioni e comportamenti acquisiti, un processo di “underlearning</em>” </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">(Spivak, 1999).</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Novara D., 2014, La grammatica dei conflitti: l’arte maieutica di trasformare le contrarietà in risorse, Edizioni Sonda</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Morelli U., 2006, Conflitto: identità, interessi, culture, Meltemi editore</p>
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		<title>Assertivo e felice!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Apr 2021 11:20:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[individuo]]></category>
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					<description><![CDATA[Ormai la parola assertività è entrata a far parte dell’uso comune, ma cosa significa essere assertivi? Si possono imparare delle strategie di comunicazione assertiva? 
Si vive meglio utilizzando l’assertività? Spero che in questo articolo  possiate trovare risposta alle vostre domande sull’argomento. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Ormai la parola assertività è entrata a far parte dell’uso comune, ma cosa significa essere assertivi? Si possono imparare delle strategie di comunicazione assertiva? Si vive meglio utilizzando l’assertività? </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Spero che in questo articolo possiate trovare risposta alle vostre domande sull’argomento. </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa significa assertività?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il termine assertività deriva dal latino “assèrere”, composto dalla particella “ad” indicante scopo e da “sèrere” che sta per “intrecciare” e, quindi, è possibile tradurlo con “parole e concetti intrecciati”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’assertività è una modalità di comunicazione flessibile attraverso la quale si affermano i propri punti di vista senza prevaricare né essere prevaricati; è la capacità di usare qualsiasi contesto relazionale a proprio favore.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, l’assertività è la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni. La persona che riconosce i diritti propri e quelli altrui è pronta ad ascoltare il punto di vista espresso dal suo interlocutore e ad esprimere il proprio eventuale disaccordo mantenendo il totale rispetto nei suoi confronti. Ciò la porta ad accettare la negoziazione come strumento principale per affrontare E risolvere i conflitti interpersonali nei quali si potrà trovare (Baggio, 2013).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’assertività è il concetto che meglio esprime e racchiude tutte le caratteristiche proprie di chi ha maturato un certo grado di consapevolezza personale ed è protagonista centrato della propria vita.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le relazioni, gli scambi, la comunicazione diventano strumento e risorsa per raggiungere i propri obiettivi, per vivere a pieno la realtà sociale in cui si è inseriti, per cogliere opportunità e costruire ponti verso ciò che è esterno da sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’assertività è definita come uno stile di comunicazione, ma credo che alla base di questo insieme di comportamenti ci sia un atteggiamento mentale, una disponibilità personale e una stima di sé che incoraggiano all&#8217;assertività. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi è la persona assertiva?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Chi usa prevalentemente lo stile di comunicazione assertivo è una persona che gestisce in maniera efficace il contatto con gli altri, rispettando il punto di vista altrui senza nascondere il proprio. In parole metaforiche “utilizza al meglio lo strumento voce” con attenzione verso l’altro, senza prevaricazioni.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una persona solitamente che manifesta all’interno degli scambi comunicativi una buona quota di sicurezza in sé, nelle proprie capacità e competenze, ma non risulta presuntuoso o saccente. Tende, infatti, ad ascoltare attivamente le idee altrui per arricchire le proprie. <strong>Riconoscere il punto di vista dell&#8217;altro non significa metterlo al posto del proprio, non significa necessariamente condividerlo, ma significa più che altro dargli valore</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Accetta di poter sbagliare (a differenza di chi usa uno stile prevalentemente aggressivo o passivo), accoglie le critiche costruttive ed è disposto a modificare il proprio punto di vista. A sua volta offre valutazioni utili circa l’operato altrui, non distruttive né che vadano a minare l’autostima dell&#8217;interlocutore. Evita l’uso di pregiudizi o generalizzazioni prediligendo l’uso di metodi motivanti e gratificanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetta i propri tempi ed i propri stati d’animo, mantenendosi disponibile verso l’altro, ma capace di dire di NO quando lo ritiene necessario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sente sufficientemente efficace nella gestione dei conflitti relazionali, esercitando i propri diritti. Questo implica l’assunzione di responsabilità circa le proprie azioni.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È consapevole che non può piacere a tutti, ma questo non mina l’immagine che la persona ha di se stessa. In altre parole, il rifiuto relazionale non è distruttivo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una persona tendenzialmente autonoma, che non dimostra la costante necessità dell’approvazione altrui, ma che ha la voglia di sperimentarsi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi interloquisce con un assertivo si sente a proprio agio, comprendendo subito che i personali pensieri ed emozioni avranno uno spazio di ascolto e verranno considerati degni di attenzione. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Componenti non verbali </h3>



<ul class="wp-block-list"><li>sguardo aperto e confortevole</li><li>mimica facciale rilassata e distesa</li><li>postura eretta, ma non rigida</li><li>movimenti corporali morbidi, manifestano accoglienza relazionale</li><li>il tono della voce non è squillante né basso</li><li>l’eloquio è armonioso, non troppo frenetico ritmicamente</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stile di comunicazione assertivo gli aspetti non verbali risultano essere chiari e coerenti al messaggio verbale (cosa che non accade ad esempio nello stile passivo-aggressivo dove ciò che si esprime con le parole sottende degli stati d’animo molto diversi che trovano espressione nelle componenti non verbali dello scambio).</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Caratteristiche del messaggio assertivo: il messaggio Io</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio è assertivo se presenta le seguenti caratteristiche:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Diretto</strong>, con espressioni chiare, dove si parla in prima persona, non si usano giri di parole.</li><li><strong>Onesto</strong>, che rispecchia i reali pensieri e stati d’animo della persona.</li><li><strong>Coerente</strong>, i livelli verbale e non verbale devono coincidere.</li><li><strong>Flessibile</strong>, modellandolo sulla scorta del contesto comunicativo e dell’interlocutore.</li><li><strong>Facilitatore</strong> di dialogo e confronto, ovvero che favorisce l’apertura e la negoziazione piuttosto che lo scontro.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso, il messaggio assertivo è quello che viene Thomas Gordon definisce <strong>Messaggio Io</strong>. Spesso, quando interloquiamo con gli altri abbiamo la tendenza ad usa la parola TU: “tu mi fai arrabbiare”, “non ti rendi conto che…”, “sei sempre lo stesso”, ecc. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa tipologia di approccio, però, può determinare un fallimento comunicativo. È molto più efficace utilizzare messaggi in prima persona che evitano l’impatto negativo e permettono all’altro di sentirsi considerato piuttosto che risentito e arrabbiato. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Fasi del messaggio Io</h3>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>Descrizione senza giudizio: </strong>occorre far capire all’altro di cosa stiamo parlando, qual è la situazione o il comportamento (meglio descrivere i fatti concreti per facilitare la comprensione) a cui ci stiamo riferendo che provoca il problema. </li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">Per esempio: “quando trovo le carte in disordine”, “se sono interrotto mentre sto parlando”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ uso di “quando” e “se” chiarisce che il problema è legato alla situazione e non alla persona. </p>



<p class="wp-block-paragraph">2. <strong>Effetto tangibile e concreto: </strong>occorre definire e descrivere le conseguenze che il comportamento dell’altro provoca su di noi.<br>Per esempio: “devo passare del tempo a sistemarle”, “devo riprendere continuamente il filo dello discorso”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">3. <strong>Reazioni agli effetti</strong>: è la dichiarazione dei sentimenti provati da noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per esempio: “mi disturba”, “ mi procura fastidio”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio “io” comportando l’esposizione diretta dei propri pensieri e stati d’animo determina l’assunzione di responsabilità ed è un’opportunità di crescita personale. non pone l&#8217;interlocutore in posizione difensiva e ciò facilita lo scambio di pensieri e sentimenti chiari. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">I vantaggi dello stile di comunicazione assertivo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’uso prevalente dello stile assertivo apporta numerosi vantaggi relazionali, in quanto la persona ha l’opportunità di attivare degli scambi sani, che spingono verso la costruzione di rapporti saldi e durevoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’interlocutore ha chiaro chi ha di fronte, percepisce la trasparenza e l’assenza di sotterfugi e maschere sociali e, per questo, tende a riversare nell’assertivo, maggiore fiducia. Le relazioni vengono impostate sulla base di principi chiave, come la collaborazione, la reciprocità e la condivisione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Strutturare delle buone relazioni aumenta il senso di competenza personale e ciò spinge la persona a valutarsi positivamente. Più sarà salda la sua autostima e maggiore sarà la tendenza a perpetrare lo stile assertivo. Si attiva un circolo virtuoso che accresce le competenze socio-relazionali della persona e la rende attiva nei diversi contesti sperimentati.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, l’assertivo non ha timore di ritrovarsi in situazioni nuove, perché si sente comunque efficace nel poterle affrontare. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il training assertivo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’assertività non è una disposizione innata, quindi, è possibile apprendere delle strategie che possano aiutarci ad esprimere al meglio i nostri pensieri e stati d’animo, raggiungendo dei livelli più elevati di competenza relazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È possibile impegnarsi in un una sorta di allenamento all’assertività, partendo in prima battuta dall’analisi realistica ed onesta delle personali ed usuali modalità comunicative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciate a rispondere alle seguenti domande:</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come comunico con gli altri?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dico quello che penso? Come lo dico?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Cosa penso di me in rapporto agli altri?&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le mie idee per me hanno valore?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Penso spesso che gli altri siano più bravi e preparati di me?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Riesco a far comprendere i miei punti di vista in maniera chiara?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Cosa mi sento dire più spesso dagli altri?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Mi sento a mio agio nelle conversazioni?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ascolto gli altri?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Mi innervosisco facilmente?</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’interno delle risposte date, potete individuare qualche elemento che desiderate modificare circa le vostre modalità comunicative.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orientarsi all’assertività è un <strong>processo di apprendimento</strong> che andrà a generare delle modifiche sul comportamento relazionale toccando anche elementi più connessi alla dimensione personale. Per chi fosse interessato, vengono realizzati da professionisti dei training sull’assertività strutturati, anche all’interno di  percorsi di psicoterapia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Imparare ad essere maggiormente assertivi non significa snaturarsi o ipercontrollarsi all’interno degli scambi interattivi. Non significa mostrarsi quel che non si è (anche perché questo sarebbe incoerente con il principio stesso di assertività).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Imparare l’assertività potrebbe significare valorizzare se stessi e gli altri, aumentare i livelli di consapevolezza, accrescere le competenze socio-relazionali, realizzare comunicazioni più efficaci e gratificanti, intrecciare relazioni sane e funzionali, accogliere la diversità di punti di vista ed azioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Tutte le interazioni che abbiano come oggetto un processo di mediazione, sollecitano a considerare la comunicazione in termini assertivi.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Non sul piano della ragione o del torto, ma del rispetto e dell’integrazione delle posizioni, per un risultato che sia soddisfacente nel tempo per le persone coinvolte nel processo.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Baggio F., 2013, Assertività e training assertivo. Teorie pratica per migliorare le capacità relazionali dei pazienti, Franco angeli</p>
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		<title>Lo stile di comunicazione passivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2021 14:56:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[individuo]]></category>
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					<description><![CDATA[A volte più importante di cosa comunichiamo è come comunichiamo. Le parole hanno un peso importante, ma anche i comportamenti comunicativi che le accompagnano.  Questo articolo è un breve viaggio alla scoperta di uno degli stili comunicativi: quello passivo. Analizzeremo caratteristiche, vantaggi e costi di questa modalità interazionale. L’importanza della comunicazione per l’essere umano La comunicazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>A volte più importante di cosa comunichiamo è <strong>come</strong> comunichiamo. Le parole hanno un peso importante, ma anche i comportamenti comunicativi che le accompagnano. </em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Questo articolo è un breve viaggio alla scoperta di uno degli stili comunicativi: quello passivo. Analizzeremo caratteristiche, vantaggi e costi di questa modalità interazionale.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">L’importanza della comunicazione per l’essere umano</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La comunicazione è un concetto molto utilizzato, in diversi ambiti e sotto diversi aspetti. Essa denota un’area importante della vita quotidiana dell’essere umano, che trova nella dimensione comunicativa-relazionale gran parte del suo significato di esistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo dei famosi cinque assiomi di Palo Alto recita: «È impossibile non comunicare. In un qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto».</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Tutto è comunicazione. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È innegabile che la comunicazione e l’essere in relazione con l’altro rappresenti l’elemento costitutivo della vita di ogni uomo. Comunicare nutre la vita al pari dell’aria che respiriamo, del cibo che ingeriamo, dell’acqua con cui ci dissetiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comunicare e relazionarsi rispondono ad una serie di <strong>bisogni vitali</strong> (Zani, Selleri e David, 1994), che vanno dalla stessa capacità di sopravvivere alla soddisfazione di bisogni sociali fondamentali, quali il senso di affiliazione e i processi di influenza interpersonale; dalla costruzione stessa della nostra identità, alimentata incessantemente dai messaggi scambiati con gli interlocutori che contano ai nostri occhi, alla soddisfazione di una moltitudine di bisogni pratici e strumentali; dalla trasmissione intergenerazionale di conoscenze ai confronti di idee che danno linfa alle democrazie e ai progressi della scienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’essere umano è per natura una creatura sociale, la cui esistenza e il cui sviluppo necessitano di comunicazione e di relazioni interpersonali. <strong>Ma non basta comunicare è importante comunicare in maniera efficace. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’efficacia della comunicazione e, conseguentemente, la qualità della relazione che instauriamo con i nostri interlocutori dipende prevalentemente dalla tipologia di stile comunicativo-relazionale che mettiamo in campo nelle interazioni quotidiane.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Comunicazione: contenuto e relazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Essere in comunicazione significa essere inseriti in una rete di relazioni e nessun individuo può esistere al di fuori di una rete.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La comunicazione ha più livelli di interpretazione: quello prettamente comunicativo, il messaggio, e quello metacomunicativo, la comunicazione e riflessione sulla comunicazione stessa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La comunicazione non soltanto trasmette informazioni (contenuto del messaggio), ma al tempo stesso impone un comportamento (proposta di relazione “ecco come io mi vedo in relazione con te in questa situazione”). Esprimendo un contenuto (notizia), contemporaneamente si invia un messaggio a livello relazionale (comando); in tal modo una stessa comunicazione verbale, come ad esempio &#8220;apri la finestra&#8221;, può esprimere pretesa, implorazione, provocazione, a seconda del tono, della mimica e del contesto in cui viene emessa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal caso, anche se il contenuto non cambia, il suo significato assume un senso diverso, in quanto cambia la qualità del rapporto e la risonanza emotiva suscitata nell’altro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista psicologico la funzione fondamentale della comunicazione è la <strong>definizione di sé e dell</strong>’<strong>altro </strong>nel continuo scambio di intenzioni e interpretazioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa sono gli stili comunicativi?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per stile comunicativo si intende l’insieme dei comportamenti comunicativi di natura verbale, non verbale e paraverbale che manifestano disposizioni, orientamenti, tratti personali dell’individuo che li esibisce.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">FUNZIONI degli stili comunicativi:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Danno forma al contenuto (il come): aiutano a specificare meglio il contenuto della comunicazione e ne facilitano, quindi, la lettura da parte del ricevente.&nbsp;</li><li>Identità comunicativa: descrivono le caratteristiche dell’emittente, le sue intenzioni, la sua identità.&nbsp;</li><li>Creano aspettative circa le relazioni tra i due interlocutori.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Solitamente la letteratura distingue 3 diversi stili comunicativi: passivo, aggressivo e assertivo. In questo articolo ci soffermiamo sul primo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante specificare che a tutti capita quotidianamente di utilizzare tutti e tre questi stili comunicativi. Alcune modalità possono rivelarsi più utili a seconda del contesto e della situazione da affrontare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, la complessità del comportamento umano determina una difficoltà ad inscatolare in categorie rigide gli atti comunicativi, però ognuno di noi ha uno stile comunicativo privilegiato, che utilizza più frequentemente. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Come si comporta la persona che usa uno stile di comunicazione passiva?</h2>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Comportamenti tipici</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Se usi uno stile comunicativo prevalentemente passivo potrai rispecchiarti nei seguenti comportamenti tipici:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Ti scusi per quello che fai e che pensi anche quando non è necessario</li><li>Fai molta fatica nel prendere decisioni sia che riguardano te stesso sia se implicano l’assunzione di responsabilità su altri</li><li>Hai spesso paura di dire o fare la cosa sbagliata e nell’incertezza rimani immobile o entri in uno stato di ansia da prestazione</li><li>Hai spesso l’idea che gli altri siano più all’altezza di te, più competenti, più preparati, più simpatici, eccetera</li><li>Sei in difficoltà quando deve interloquire con persone con cui non hai una profonda confidenza</li><li>Ti spaventa il giudizio negativo che gli altri possono produrre nei tuoi confronti, le critiche vengono mal gestite e rinforzano la tua insicurezza di fondo </li><li>Se hai bisogno di qualcosa fai fatica a chiedere agli altri, mentre se gli altri chiedono qualcosa a te non riesci a dire di NO</li><li>Hai bisogno dell’approvazione altrui e fai di tutti affinchè gli altri ti accettino e ti valutino positivamente</li><li>Se attivi un comportamento comunicativo differente da quello passivo e, quindi, non rispecchi le aspettative altrui ti senti profondamente in colpa</li><li>Eviti responsabilità e conflitti che non credi di saper gestire efficacemente </li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Componenti non verbali </h3>



<p class="wp-block-paragraph">La persona che utilizza prevalentemente uno stile comunicativo di tipo passivo presenta le seguenti componenti non verbali:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>il tono di voce di solito è debole ed esitante,&nbsp;</li><li>il volume è basso,&nbsp;</li><li>la postura è ricurva in avanti ad indicare chiusura ed insicurezza,</li><li>difficilmente lo sguardo è diretto all’interlocutore</li><li>tensione corporea generalizzata</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Vantaggi e costi dello stile passivo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Chi adotta prevalentemente lo stile di comunicazione passivo tende a subire, ad essere dominato dagli altri, avendo scarsa fiducia nelle proprie capacità ed idee. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è che è una persona che si comporta in maniera passiva difficilmente riesce a soddisfare i suoi bisogni, instaurare dei rapporti sani e paritari con gli altri, esprimere le proprie opinioni e sentimenti con libertà. Quindi, sviluppa un sentimento di impotenza ed inadeguatezza relazionale che schiaccia l’autostima, determina un maggiore progressivo isolamento sociale con il rinforzo dei comportamenti passivi. È come se si attivasse una sorta di circuito vizioso che apporta uno squilibrio relazionale nato dalla considerazione asimmetrica dell’importanza dei bisogni e dei diritti:&nbsp;<strong>sono più importanti quelli dell’altro e i propri passano in secondo piano</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A lungo andare questo stile comunicativo risulta essere frustrante e squalificante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I vantaggi che si ottengono dall’uso prevalente dello stile di comunicazione passivo sono a breve termine e, spesso, illusori:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>ottiene dagli altri simpatia ed approvazione&nbsp;</li><li>evita i conflitti relazionali</li><li>assume minori responsabilità</li><li>non si espone e quindi non riceve critiche e biasimi</li><li>sembra che ci sia un controllo dei contesti e delle dinamiche relazionali</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">I costi, invece, a lungo termine sono:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>la persona si rende conto che in realtà non piace a tutti. Il suo comportamento estremamente remissivo genera irritazione e risentimento negli altri</li><li>non affrontare le situazioni le ingigantisci e cronicizza e, poi, è più complicato gestirle</li><li>perde progressivamente la stima in se stesso</li><li>non si definisce nelle relazioni e questo non permette di creare relazioni stabili e sincere. </li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading">Riflessioni conclusive</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’uso continuo e costante dello stile passivo implica un reiterato evitamento: si evita di fare e di dire per evitare di sbagliare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questo è un pensiero illusorio, non fare e non dire e pur sempre un’azione che veicola all’altro, come dicevamo all’inizio dell’articolo, delle importanti informazioni su di noi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe utile apprendere delle tecniche di comunicazione assertiva, che consentono di comunicare nel rispetto di sé e dell’altro, ma soprattutto è importante partire dalla convinzione che:</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>la propria voce va usata e fatta ascoltare,</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>le proprie idee hanno valore,</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>i propri sentimenti possono essere condivisi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Zani B., Selleri P., David D., 1994, La comunicazione &#8211; Modelli teorici e contesti sociali, Carocci editore</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D., Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi. Roma: Casa Editrice Astrolabio &#8211; Ubaldini Editore, 1978&nbsp;</p>
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