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	<title>Psicoterapia | Dott.ssa Alessia Vecchio</title>
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	<description>Consulenze psicologiche online</description>
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	<title>Psicoterapia | Dott.ssa Alessia Vecchio</title>
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		<title>LA DIPENDENZA AFFETTIVA NON E’ UN VIZIO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 12:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Relazione di coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[La dipendenza non è un vizio, ne è una malattia ma è un processo che si innesca quando una persona, nel contatto con un particolare oggetto si sperimenta in maniera diversa e legge tale ristrutturazione del sé come positiva e più funzionale. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Nascere dipendenti</h2>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“<em>C’è uno stadio all’inizio dello sviluppo dell’individuo in cui l’ambiente entra necessariamente in gioco, ha un suo posto preciso e non si può quindi evitare di dargli l’importanza che gli compete.</em></p>



<p class="has-text-align-center"><em>Il neonato non ha ancora separato il NON-ME dal ME, cosicchè, per definizione il NON-ME o l’ambiente è una parte del ME dal punto di vista dell’Io del bambino</em>”</p>



<p class="has-text-align-center">(Winnicott, 1989 p. 487)</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Ogni essere umano nasce dipendente dalla relazione con gli adulti che si prendono cura di lui/lei. Il neonato non è autonomo, ma ha estremo bisogno di un altro che possa comprendere e soddisfare i suoi bisogni primari.&nbsp;</p>



<p>Anche l’ambiente pre-natale ha un impatto significativo sul nascituro. Ricerche svolte sui cuccioli di primati hanno dimostrato gli <strong>effetti dello stress materno sullo sviluppo post-natale</strong>, ed in particolare è stato riscontrato da Schneider (1992, 1999) che i piccoli sottoposti a stress prenatale hanno peso inferiore alla nascita, ritardo nello sviluppo motorio, span attentivo inferiore.&nbsp;</p>



<p>Altri studi evidenziano come alcuni aspetti dell’ambiente e delle cure neonatali, come per esempio l’<strong>handling </strong>(manipolazione) attutiscano gli effetti dannosi sullo sviluppo neonatale dell’esposizione a stress prenatale (Vallee 1997).&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>L’ambiente (in particolar a livello relazionale), quindi, ha un impatto alquanto significativo e non solo nelle prime fasi evolutive, ma per tutto l’arco della vita, in quanto siamo tutti dipendenti dall’ambiente in cui viviamo: fisico, materiale, culturale e sociale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Siamo, quindi, fisiologicamente ed antropologicamente tutti “dipendenti”, ma il confine tra la dipendenza sana e quella patologica è insita nei costrutti di <strong>flessibilità, autonomia e differenziazione</strong>.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“<em>Si è sempre dipendenti da qualcosa o da qualcuno, il problema è solo relegato alla tipologia di dipendenza, viva se il legame evolve e si trasforma nel tempo; morta se esso invece incatena le persone nella ricorsività statica della non crescita</em>”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">(Scurti P., 2021 p. 62).</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">La dipendenza “morta” di natura affettiva</h2>



<p></p>



<p>In ogni legame affettivo vi è dipendenza che, se assume determinate caratteristiche, può essere definita sana. Il termine dipendenza non ha sempre connotazioni negative. </p>



<p>Quando la dipendenza si tramuta in schiavitù che non lascia spazio all’individualità, alla libertà, alla gioia, diventando un legame costrittivo ed ossessivo allora siamo di fronte ad un groviglio di dinamiche distruttive e tossiche.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>La dipendenza affettiva patologica è il risultato dell’intersezione tra il potere che il partner ha ed il potere che la persona è disposta ad attribuire e cedere al partner.</strong></p>



<p></p>



<p></p>



<p>La dipendenza si realizza all’interno di una relazione, dove uno dei due partner sposta il proprio baricentro esistenziale vero l’altro attivando un percorso dal Sé alla coppia, e può assottigliarsi solamente tramite il percorso inverso: <strong>dalla coppia al Sé</strong>.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>La dipendenza non è un vizio, ne è una malattia ma è un processo che si innesca quando una persona, nel contatto con un particolare oggetto si sperimenta in maniera diversa e legge tale ristrutturazione del sé come positiva e più funzionale. </p>



<p>“E’ la convinzione individuale in seguito ad un’esperienza soggettivamente interpretata, di avere trovato in un posto e solo in quel posto la risposta fondamentale ai propri bisogni e desideri essenziali: che non è possibile soddisfare altrimenti” (Rigliano, 1998).</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">La dipendenza affettiva come fuga</h2>



<p></p>



<p>I comportamenti additivi ad orientamento affettivo servono per gestire e/o evitare il mare emozionale interno fatto di correnti di varie intensità: il dolore, l’abbandono, la paura della solitudine, l’impulsività, la preoccupazione, la rinuncia, la frustrazione.</p>



<p>Questo mare è ingestibile ed è necessario trovare una distanza, convincendosi di essere su una spiaggia meravigliosa che potrà appagare tutti i desideri piuttosto che sentire la fatica nello stare annaspando al largo.&nbsp;</p>



<p>La dipendenza, allora, funge da salvagente illusorio che estranea da se stessi.&nbsp;</p>



<p>Il partner diventa un’esigenza, un bisogno, qualcosa a cui aggrapparsi, in cui specchiarsi, a cui tendere. </p>



<p></p>



<p></p>



<p>L’altro è tutto!</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Ma questo tutto assottiglia la libertà e l’autonomia. Ogni dipendenza, secondo Giddens, è una reazione difensiva ed una fuga, un riconoscimento di mancanza di autonomia che getta un’ombra sulle capacità dell’Io.</p>



<p>&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center"><em>“Io esisto solo attraverso la relazione con il mio partner, da sol* non sono nulla”.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Queste sono delle vere e proprie credenze limitanti che fungono da ostacolo all’evoluzione personale. I dipendenti affettivi non hanno molti gradi di libertà perché la relazione di coppia, il loro bisogno di quella relazione, è una gabbia all’interno della quale è impossibile muoversi fluidamente.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“<em>Le dipendenze affettive hanno molti volti, tante voci. Ma il dolore si presenta sempre uguale. Il meccanismo invisibile che si ripete ancora e ancora. Una donna che, come in un incantesimo malvagio, cercando di sfuggire al suo destino, si ritrova ad ogni giro della sua vita a realizzarne un pezzo. I fantasmi sono invincibili e solo quando si ha la forza ed il coraggio di dare loro un volto ed una storia finalmente smettono di perseguitarla</em>”.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Scurti P., 2021</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-small-font-size">Per approfondire:</p>



<p class="has-small-font-size">Scurti P., 2021, Psicoterapia delle dipendenze: contesti, percorsi e strumenti terapeutici, Franco Angeli</p>



<p class="has-small-font-size">Francois-Xavier Poudat, 2005, La dipendenza amorosa. Quando l’amore e il sesso diventano una droga</p>



<p class="has-small-font-size">Guerreschi C., 2011, La dipendenza affettiva. Ma si può morire anche d’amore? Franco Angeli</p>
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		<title>Psicoterapia: quando, come e perché?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Aug 2021 08:37:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[Dubbi e perplessità sulla psicoterapia? Leggi questo articolo e la nebbia si diraderà gradualmente.&#160; Sembra uno spot pubblicitario, ma in realtà succede spesso che chi desideri iniziare un percorso di cura psicologica, venga assalito da interrogativi a cui, spesso, non si trovano risposte soddisfacenti.&#160; Ho scritto questo articolo proprio per poter colmare i vuoti, dare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Dubbi e perplessità sulla psicoterapia? Leggi questo articolo e la nebbia si diraderà gradualmente.&nbsp;</em></p>



<p><em>Sembra uno spot pubblicitario, ma in realtà succede spesso che chi desideri iniziare un percorso di cura psicologica, venga assalito da interrogativi a cui, spesso, non si trovano risposte soddisfacenti.&nbsp;</em></p>



<p><em>Ho scritto questo articolo proprio per poter colmare i vuoti, dare risposte, fare chiarezza (seppur sottolineo che la mia è&nbsp;<strong>una</strong>&nbsp;visione, da addetto ai lavori, che non ha la pretesa di essere esaustiva circa l’argomento trattato).&nbsp;</em></p>



<p><em>Per evitare la confusione di informazioni presenti sul web, quelle che circolano all’interno delle conversazioni tra conoscenti, parenti e amici, per sfatare dei falsi miti e mettere in dubbio alcune certezze sulla psicoterapia che fanno parte di un immaginario collettivo, ormai da considerare desueto, cercherò di parlare di psicoterapia in maniera semplice e chiara.&nbsp;</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che ansia la psicoterapia</strong></h2>



<p></p>



<p></p>



<p>Nel tuo immaginario, probabilmente, già la parola psicoterapia ti fa salire l’ansia:&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“oh no, chissà come potrebbe essere la seduta?”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">“quanto tempo durerà?”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">“cosa penserà di me il dottore se gli raccontassi i miei pensieri più profondi?”&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">“e se fossi pazzo?”</p>



<p class="has-text-align-center">“cosa penseranno di me parenti e amici se sapessero che vado dallo psicologo?”.</p>



<p></p>



<p></p>



<p><strong>Vergogna, preoccupazione, indecisione, paura, incertezza, disagio</strong>… queste sono le emozioni che si legano a filo doppio ai pensieri su esposti.&nbsp;</p>



<p>E a questi si aggiunge l’idea dello psicoterapeuta come un signore di mezza età, con piccoli occhiali tondi posti sulla punta del naso ed una pipa in mano, come una di quelle immagini stereotipate che troviamo sul web dello “psicoterapeuta alla Freud”.&nbsp;</p>



<p>Pensi che per tutta l’ora, rimarrà seduto con gamba accavallata, alternando uno sguardo perplesso ad uno giudicante che ti metterà profondamente in discussione. Dirà pochissime parole, criptiche, di cui probabilmente non comprenderai il senso (e proprio per questo ti sembreranno ancora più importanti) che ascolterai comodamente disteso sul lettino, con i piedi incrociati e lo sguardo fisso al muro. Anche senza volerlo parlerai, parlerai, parlerai fino a perderti all’interno delle tue stesse parole.</p>



<p>Uscirai dalla stanza di terapia “confuso e felice” (come direbbe la concittadina Carmen Consoli), pagherai la prestazione e concorderai il prossimo appuntamento.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Beh, tutta questa storiella, volutamente ironica, in realtà non è molto distante dall’immagine che molti hanno della psicoterapia. E sono proprio tutte le credenze erronee che alimentano dubbi, incertezze e paure che, come delle barriere, non permettono di accedere alla psicoterapia.&nbsp;</p>



<p>Ma, ritengo, che per poter scegliere di intraprendere un percorso psicoterapico con <strong>consapevolezza</strong>, non si possa partire da informazioni parziali ed inadeguate, dalle “voci di corridoio”, ma è necessaria una visione coerente della realtà (seppur di realtà ce ne siano molte e tutte soggettive).&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-medium"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="300" height="300" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2021/07/sigmund-freud-300x300.jpeg" alt="" class="wp-image-33349"/></figure></div>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dubbi e perplessità: funzionerà davvero?</strong></h2>



<p></p>



<p></p>



<p>Ti saresti aspettato/a di leggere come risposta: certo che sì!</p>



<p>Beh, invece ti rispondo con: chi può dirlo? Chi può avere la certezza assoluta dell’efficacia di una qualunque attività che si intraprende per la prima volta?</p>



<p>Anche quando ci si sottopone ad un intervento chirurgico c’è sempre una quota di rischio, una probabilità di insuccesso.&nbsp;</p>



<p>Ma se quell’operazione fosse necessaria per migliorare la qualità della vita, non la faremmo?&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p><strong>Per costruire un maggiore benessere bisogna muoversi e fare un passo avanti, seppur nel movimento ci si sente in bilico con il rischio di cadere.</strong>&nbsp;</p>



<p>Per moltissimi anni lo sguardo nei confronti della psicoterapia è stato legato al soggettivismo e all’autoreferenzialità, ma diversi studi scientifici hanno evidenziato l’efficacia empirica dei trattamenti psicoterapici.</p>



<p>L’efficacia della psicoterapia dipende da variabili alcune interne alla terapia stessa ed altre extraterapeutiche: la gravità dei sintomi, la cronicità del problema, il grado di motivazione al cambiamento, l’alleanza terapeutica, il mutuo accordo degli obiettivi da raggiungere, le tecniche e l’orientamento teorico del professionista, le risorse socio-familiari del paziente, il sistema di supporto comunitario, ecc.</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Ma sicuramente la variabile più importante e quella che determina più di ogni altra il successo o il fallimento terapeutico è la&nbsp;<strong>relazione terapeutica</strong>, ovvero quel legame sincero tra professionista e paziente basato sulla fiducia reciproca.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>La relazione è l’essenza del percorso terapeutico.</em></p>



<p class="has-text-align-center"><em>La relazione è quella che permette la comunicazione profonda,&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center"><em>è il contesto all’interno del quale si coltiva la fiducia nel cambiamento.</em></p>



<p class="has-text-align-center"><em>La relazione è la cura.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi è lo psicoterapeuta?</strong></h2>



<p></p>



<p></p>



<p>Pensi che lo psicoterapeuta sia uno sciamano, un guaritore, un mago che solo con il potere del suo carisma riuscirà a cambiare radicalmente te e la sua intera esistenza?</p>



<p>Non è così!</p>



<p>Lo psicoterapeuta è un medico o uno psicologo che ha frequentato, dopo la laurea, un corso di specializzazione in psicoterapia della durata di almeno 4 anni e che continua a formarsi annualmente per incrementare in modo costante le proprie competenze professionali rimanendo al passo con scoperte e teorie più recenti.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Lo psicoterapeuta è, quindi, un&nbsp;<strong>professionista sanitario</strong>&nbsp;<strong>che lavora in favore del benessere&nbsp;</strong>dei suoi pazienti, ma non ha poteri magici tali da far sparire i sintomi o sollevare dall’angoscia o dallo stress senza che il paziente faccia nulla.&nbsp;</p>



<p>La psicoterapia, infatti è un percorso in cui terapeuta e paziente esplorano e co-costruiscono insieme delle alternative sia di pensiero che di comportamento, che possano sostituire gradualmente i disfunzionali copioni che la persona è abituata ad agire nella propria vita, per poter raggiungere stati di maggiore consapevolezza personale e relazionale.&nbsp;</p>



<p>Entrambi, quindi, hanno un&nbsp;<strong>ruolo attivo</strong>&nbsp;lavorando sinergicamente a favore di un maggiore benessere per il paziente.&nbsp;</p>



<p>Quindi, se vuoi superare condizioni di impasse e sofferenza attraverso un percorso psicoterapico innanzitutto devi essere motivato e sapere che molto del lavoro dovrai farlo proprio tu, il terapeuta da solo potrà fare ben poco.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>La psicoterapia è un processo relazione che si realizza all’interno di un contesto di cura.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>SOS Psicoterapia: quando e perché?</strong></h2>



<p></p>



<p></p>



<p>“Chi inizia un percorso psicoterapeutico è matto oppure sicuramente qualcosa di sbagliato in lui/lei c’è sicuramente”.</p>



<p>Beh, questo pregiudizio non solo è dannoso, ma anche irrispettoso.&nbsp;</p>



<p><strong>Chiunque</strong>, e ribadisco chiunque, nel lungo percorso esistenziale può attraversare delle fasi down, può incappare in crisi da superare o problemi da risolvere.&nbsp;</p>



<p>Può rimanere intrappolato all’interno di relazioni disfunzionali oppure incastrato in sintomi da voler debellare.&nbsp;</p>



<p>Chiunque può desiderare migliorarsi, aumentare la consapevolezza di sé per raggiungere più elevati gradi di libertà e benessere.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Quando è utile un percorso di psicoterapia?</strong></h3>



<p></p>



<p></p>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si sperimentano dei momenti, nel corso della vita, in cui si è chiamati ad affrontare delle evenienze interne e/o esterne improvvise o croniche generatrici di disagio e disorientamento;</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si hanno di fronte fasi critiche connesse ai passaggi evolutivi del ciclo vitale (matrimonio, nascita dei figli, rotture relazionali, cambiamenti lavorativi, ecc);</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si attraversano difficoltà emotive, relazionali e/o condizioni stressanti che non consentono di vivere in maniera serena e funzionale la propria quotidianità;</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si hanno dei sintomi che ostacolano l’uso delle proprie risorse all’interno dei diversi contesti di vita;</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li>quando si desidera realizzare un lavoro evolutivo per scoprire ed utilizzare il proprio potenziale per raggiungere obiettivi.</li></ul>



<p>In altre parole, è utile richiedere l’ausilio di un professionista psicologo-psicoterapeuta quando, nonostante gli sforzi, da soli risulta difficoltoso uscire dai soliti vicoli ciechi nei quali si cammina, quando la sofferenza ostacola il regolare andamento della propria vita, quando si vuole migliorare se stessi.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>La psicoterapia, infatti, si configura come un&nbsp;<strong>work to change</strong>&nbsp;ovvero un lavoro a favore del cambiamento personale e relazionale, che apre la persona verso nuove prospettive, letture e comportamenti.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Troppe “psicoterapie”: come fare a scegliere?</strong></h3>



<p></p>



<p></p>



<p>In realtà la psicoterapia è una soltanto, quello che cambia tra un approccio e l’altro sono le basi epistemologiche e le pratiche cliniche.&nbsp;</p>



<p>Immagina come se tu dovessi giungere ad una meta e per farlo puoi utilizzare strade differenti. Ciò che vedrai e le esperienze che vivrai saranno diverse, ma raggiungerai comunque in quel posto specifico.&nbsp;</p>



<p>Ti parlo dell’orientamento che ho scelto: il&nbsp;<strong>modello sistemico-relazionale</strong>, che permette di lavorare con, sulle e attraverso le relazioni, al fine di rendere ogni individuo maggiormente consapevole, aumentando i suoi gradi di libertà.</p>



<p>Il terapeuta si connette con il sistema, sia esso famiglia, individuo singolo, coppia, con un atteggiamento di curiosità che permette di co-creare insieme alternative comportamentali.&nbsp;</p>



<p>L’attenzione non è rivolta solo al tempo presente dove il sintomo si manifesta, ma anche alla storia passata, che può essere riletta attraverso nuove narrazioni che aprono le porte a più funzionali futuri possibili.</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>L’essenziale non è risolvere il problema, ma che la mia esperienza emotiva,&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center"><em>la mia esperienza di me, cambi attraverso la soluzione di quel problema.</em></p>



<p class="has-text-align-center"><em>P. Bertrando</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Falsità sulla psicoterapia</strong></h2>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicoterapeuta prescrive psicofarmaci</strong></li></ul>



<p>FALSO</p>



<p>In Italia i farmaci possono essere prescritti unicamente dai Medici.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Andare dallo psicoterapeuta significa essere malati di mente</strong></li></ul>



<p>FALSO&nbsp;</p>



<p>Lo psicologo accoglie e lavora con tutti coloro che desiderino raggiungere livelli più elevati di benessere personale e relazionale.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicologo-psicoterapeuta comprende e cura all’istante perché appena ti guarda scruta tutta la verità</strong></li></ul>



<p>FALSO</p>



<p>Lo psicologo-psicoterapeuta non ha una sfera di cristallo che gli permette di vedere e prevedere passato, presente e futuro di una persona, non ha poteri magici attraverso cui leggere nella mente e nel cuore dell’altro, non ha in mano la verità, non conosce le risposte a tutti i problemi. Lo psicologo ha competenze, conoscenze e strumenti utili alla creazione, insieme al paziente, di vie alternative che stimolino la persona a sperimentare nuove epistemologie e comportamenti.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicologo-psicoterapeuta offre solo consigli, tanto vale parlare con un amico</strong></li></ul>



<p>FALSO</p>



<p>Lo Psicoterapeuta non sarà il tuo migliore amico, quello a cui telefonare all’una di notte dopo una brutta serata. Lo psicologo-psicoterapeuta è un professionista della salute che ha acquisito teorie e tecniche d’intervento che mette all’interno del campo terapeutico.</p>



<p></p>



<p></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Lo psicologo-psicoterapeuta mi trasformerà manipolando la mia mente&nbsp;</strong></li></ul>



<p>FALSO</p>



<p>L’obiettivo della terapia psicologica non è trasformare il paziente in un essere umano perfetto, snaturandolo, ma aiutarlo ad esprimere al meglio tutto ciò che di buona ha dentro e fuori da sé.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Io sono fatto così</strong></li></ul>



<p>FALSO</p>



<p>Alcune credenze condizionano l’idea circa se stessi ed i comportamenti. “Io sono fatto così” implica una condizione statica ed immutabile che non lascia spazio al miglioramento.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center"><strong>Ma Cambiare è Possibile!</strong></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Se dopo la lettura dell’articolo dovessi avere ulteriori domande rimaste senza risposta contattami pure, sarò lieta di offrirti informazioni concrete e specifiche affinché tu possa prendere decisioni consapevoli per te e la tua vita!</p>
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		<title>L’agnizione trasformativa attraverso la psicoterapia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2021 08:55:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Di settore]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[A volte si vive la propria quotidianità senza avere piena consapevolezza di se stessi, della propria storia, dei meccanismi alla base di comportamenti disfunzionali. 
In questo articolo rintraccio delle similitudini tra il processo di cambiamento a cui si può giungere attraverso la psicoterapia e il meccanismo narrativo dell’agnizione, spesso usato per risolvere ingarbugliate trame letterarie e cinematografiche.

]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>A volte si vive la propria quotidianità senza avere piena consapevolezza di se stessi, della propria storia, dei meccanismi alla base di comportamenti disfunzionali.&nbsp;</em></p>



<p><em>In questo articolo rintraccio delle similitudini tra il processo di cambiamento a cui si può giungere attraverso la psicoterapia e il meccanismo narrativo dell’agnizione, spesso usato per risolvere ingarbugliate trame letterarie e cinematografiche.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il meccanismo narrativo dell’agnizione</h2>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">Cos&#8217;è l&#8217;agnizione</h3>



<p>Nel teatro greco e latino, l’agnizione (dal latino agnitio = riconoscimento) è un meccanismo narrativo relativo al riconoscimento di uno o più personaggi che <strong>scoprono la loro vera identità fin allora sconosciuta</strong>, risolvendo così, alla fine, le complesse vicende dell’intreccio.</p>



<p>Lo schema consueto è quello del protagonista che non conosce se stesso, o alcuni dettagli della propria identità, se non alla fine di una lunga serie di evenienze, difficoltà, scoperte progressive: una specifica qualità personale, un ricordo che riemerge improvvisamente, un legame di parentela sconosciuto, ecc.</p>



<p>Il passaggio dall’ignoranza alla beltà insita nello svelamento, è un tema che avvolge il protagonista, il quale attraverso una faticosa conquista di fede nella propria identità, passa <strong>dall’oscurità dietro la maschera al chiarore del riconoscimento del Sé</strong>, annullando la distanza tra il personaggio e l’uomo, determinando una coincidenza dell’apparire e dell’essere.</p>



<p class="has-text-align-center"><strong>L’agnizione è riconoscimento di ciò che già si possiede, ma che è rimasto celato, sopito tra le pieghe dell’inconsapevolezza.</strong></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;agnizione nel cinema </h3>



<p>Il famoso colpo di scena è stato spesso utilizzato nelle trame di film e romanzi che giocano sulla trasmutazione della vicenda il cui acme si lega al momento esatto dell’agnizione: </p>



<p>in <strong>Star Wars</strong> ricorderete l’iconica scena di Darth Fener che rivela a Luke Skywalker «io sono tuo padre» rivelando la sua vera identità come Anakin  Skywalker ex cavaliere jedi; </p>



<p>in <strong>Harry Potter</strong> vi sono molteplici agnizioni: quella più significativa che dà avvio a tutta la storia è nella fase iniziale quando Agrid comunica ad Harry la sua vera identità, quella di mago. </p>



<p>Anche nelle favole è molto usata, infatti, vi sono spesso storie di principesse che non sanno di esserlo: </p>



<p><strong>Rapunzel</strong>  scopre solo alla fine della dolorosa reclusione nella torre che in realtà non è figlia della crudele Madre Gothel ma del re e della regina; </p>



<p>la <strong>Bestia</strong>, quando impara ad amare ed è corrisposto da Belle, mostra la sua vera natura, quella di un principe non più crudele ed egoista;</p>



<p>in <strong>Troll world tour</strong>, sequel del cartone animato Trolls che trae ispirazione dalle Troll Dolls ideate da Thomas Dam, l&#8217;agnizione può essere rintracciata nelle fasi iniziali quando la regina Poppy scopre la verità sul mondo troll: non sono i pop troll gli unici troll al mondo, ma esistono anche altri troll molto diversi da loro amanti, ogni gruppo, di un genere musicale diverso: musica classica, techno, country, rock. </p>



<p>Questa rivelazione improvvisa da avvio al viaggio della protagonista e rende complessa la trama. </p>



<p></p>



<p>L’agnizione racchiude in sè infinite possibilità e dà corpo a sviluppi e complicazioni. Infatti, non sempre risolve la trama ma può intrecciarla esponenzialmente. </p>



<p>Si tratta, comunque, di un momento fondamentale nella trama delle storie.</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>L’agnizione ferma il possibile nel probabile e nell’evitabile.</strong></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla trame narrative alla psicoterapia </h2>



<p>Il meccanismo dell’agnizione, a mio avviso, può avere dei parallelismi con i movimenti evolutivi e trasformativi stimolati dalla psicoterapia. </p>



<p>Chi fa un percorso psicoterapeutico, al pari dei personaggi della letteratura o del cinema, compie un’agnizione: il percorso terapeutico, complesso, impegnativo, a tratti doloroso, offre l’opportunità di guardarsi all’interno di specchi integri, di riconoscersi all’interno di un’immagine del sé dai contorni definiti, autentica, adesa alla realtà, autocentrata. </p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>La persona si spoglia gradualmente dei panni sintomatici per indossare l’abito della propria autentica e più funzionale identità. </strong></p>



<p></p>



<p>È un viaggio di svelamento di un mondo intimo, con dei peculiari profumi, pericoli, bellezze.&nbsp;</p>



<p>Accarezzando i dubbi e le possibilità, si aprono nuove finestre e si costruiscono robusti ponti verso il futuro.</p>



<p>Nel percorso psicoterapeutico, terapeuta e paziente lavorano con l’intento di aiutare quest’ultimo a trovare in sé gli strumenti per affrontare la vita. Il paziente deve trovare le sue soluzioni, le sue vie d’uscita da difficoltà e sofferenze [Boscolo, Bertrando, p. 57]. </p>



<p></p>



<p>Come insegna Whitaker [1990, p. 69] “<strong>niente che valga la pena di imparare può essere insegnato. Tutto deve essere scoperto da ognuno di noi</strong>&#8220;.</p>



<p>Questo processo di apprendere ad apprendere, di scoprire la propria epistemologia, il proprio modo di affrontare nuove scoperte, nuovi pensieri, nuove idee, nuove opinioni, richiede una lunga lotta per riuscire a sviluppare sempre meglio ciò che si è.</p>



<p>Lo scopo principale della psicoterapia, in riferimento agli insegnamenti di Bateson [1976] non è, infatti, suggerire al paziente la soluzione dei suoi problemi, ma piuttosto un lavoro profondo che possa portare al <strong>cambiamento delle premesse epistemologiche</strong>, della visione del mondo del paziente o, in altri termini, al cambiamento della storia in cui il cliente è immerso.</p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">La “cura” psicoterapeutica</h2>



<p>Terapeuta e paziente, agenti all’interno di un unico microcosmo, co-costruiscono mappe diverse da quelle già sperimentate, necessarie affinché chi sperimenta una sofferenza non “giri più in cerchio” [Caillè, Rey, 2005, p. 18], bloccato nelle usuali e disfunzionali danze relazionali, ma rinnovi, in forma più adattiva, i propri modelli interni.&nbsp;</p>



<p>Il sintomo, che inizialmente è contenuto inesprimibile, acquisisce progressivamente un “senso relazionale”, che viene costruito attraverso l’esplorazione, all’interno del contesto di terapia, di letture alternative del Sé, del canovaccio storico personale e familiare, delle organizzazioni e modelli relazionali appresi.&nbsp;</p>



<p>La psicoterapia allora diventa una “cura intra-sistemica”, dove <strong>il paziente è protagonista del proprio cambiamento</strong>, rimodellando se stesso fino a determinare un’immagine complessamente armonica.</p>



<p></p>



<p></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per approfondire</h4>



<p class="has-small-font-size">Boscolo L., Bertrando P., Terapia sistemica individuale. Milano: Raffaello Cortina, Editore, 1996&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size">Whitaker C. A., Midnight musings of a family therapist. New York: W. W. Norton and Company, 1989 trad. it. Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia. Roma: Casa Editrice Astrolabio &#8211; Ubaldini Editore, 1990&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size">Bateson G., Steps to an ecology of mind. New York: Chandler, 1972 trad. it. Verso un&#8217;ecologia della mente. Milano: Adelphi, 1976&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size">Caillè P., Rey Y., Gli oggetti fluttuanti. Metodi di interviste sistematiche. Roma: Armando Editore, 2005&nbsp;</p>
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		<title>L’UNICA CERTEZZA E&#8217; LA SPERANZA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 08:54:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[L'importanza del costrutto di Speranza all'interno del processo terapeutico volto al cambiamento.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p><em>La speranza è l’ultima a morire.</em></p>



<p><em>Finchè c’è vita c’è speranza.</em></p>



<p><em>Questi detti antichi ci indicano come la speranza sia il sale della vita, quella fede che ci muove e ci stimola.</em></p>



<p><em>Il tema della speranza accompagna le riflessioni di molti da tempo, oggi vi propongo il mio punto di vista sull’importanza della speranza all’interno del processo terapeutico.&nbsp;</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Speranza disperata</h2>



<p></p>



<p></p>



<p>La speranza non è da coniugarsi con il sognare, con l’illusione, l’ideologico e tanto meno con la virtù.&nbsp;</p>



<p>Essa è la fiducia nella possibilità del mutamento in un tempo prossimo.&nbsp;</p>



<p>È un costrutto multilivello in assenza del quale non appare possibile un investimento nell&#8217;avvenire, in quanto senza speranza non si riuscirebbe a superare la &#8220;temporanea sfiducia nel tempo&#8221; Erikson (1974).&nbsp;</p>



<p>Chi sperimenta un sintomo vive immerso nella sfiducia, nella disperazione e l’unico modo per rendere il tempo futuro, che altro non è che il tempo delle possibilità e del cambiamento, più vicino è riattivare la speranza, la fiducia, la motivazione.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">La costruzione della speranza</h2>



<p></p>



<p></p>



<p>L’hardcore della speranza si costruisce all’interno del contesto familiare: se la persona avrà sperimentato legami saldi e positivi con le proprie figure di attaccamento durante la fase di sviluppo, vivendo in un contesto familiare sicuro ed incoraggiante, costruirà dentro di sé sentimenti di fiducia e speranza sia auto che etero-diretti.&nbsp;</p>



<p>Se il contesto familiare è risultato affettivamente scarno o terrorizzante, la persona non avrà modo di costruire fiducia e speranza, in sé e nell’altro, e sarà più complicato all’interno del processo terapeutico costruire quel senso di fiducia e speranza mai sperimentati prima.&nbsp;</p>



<p>La connessione tra speranza e contesto ambientale viene sottolineata anche da autori come Winnicott e Erik Erikson, su cui facciamo un breve zoom.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">La speranza per Winnicott<br></h3>



<p>Winnicott scrive nel 1973 <strong>La delinquenza come sintomo di speranza</strong>, mettendo la speranza in correlazione con la deprivazione, intesa quale forza portante degli atti antisociali compiuti da bambini e adolescenti.&nbsp;</p>



<p>L’autore sostiene che in una situazione in cui la coppia di genitori rappresenta una cornice indistruttibile e affidabile, il bambino può sentire ed esprimere la sua aggressività come qualcosa di normale e a poco a poco integrare gli impulsi distruttivi con i bisogni affettivi imparando a modulare il proprio comportamento aggressivo.<br>Quando invece sopraggiunge la distruzione della famiglia il bambino, deprivato di un ambiente in cui mettere alla prova e integrare la sua aggressività, sente quest’ultima come pericolosa e la soffoca perdendo la propria impulsività e spontaneità.</p>



<p>L’aggressività dopo la deprivazione e dopo un periodo di quiete forzata (Winnicott 1967, p. 94) sfocia con forza in ATTI ANTISOCIALI (intesi come manifestazioni di disagio quali il rubare, il mentire, il distruggere).</p>



<p><br>L’azione antisociale messa in atto dal bambino rappresenta per Winnicott un segnale di speranza. Attraverso l’atto del rubare o del mentire o attraverso la distruttività il bambino esprime la <strong>speranza di poter recuperare l’esperienza buona che è stata perduta</strong>.&nbsp;</p>



<p>“Attraverso la distruttività il bambino è alla ricerca di una stabilità ambientale perduta, di una cornice, di un cerchio il cui primo esempio sono le braccia o il corpo della madre” (Winnicott, 1956, p. 369).</p>



<p></p>



<p><br>Il compito di chi si trova a vivere le manifestazioni antisociali messe in atto dal bambino è innanzitutto di raccogliere il messaggio di speranza che attraverso di esse egli esprime, riconosciuta la deprivazione, dare a essa una risposta.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">La speranza per Erik Erikson&nbsp;</h3>



<p></p>



<p>Per l’autore la speranza è una forza che nasce da superamento della prima fase psicosociale che prevede l’antitesi fiducia di base vs. sfiducia.&nbsp;</p>



<p>La <strong>fiducia di base</strong> è l’esperienza di accettazione incondizionata che deriva dalle esperienze relazionali nella prima infanzia caratterizzate da prevedibilità e costanza.<br>La madre è la diretta trasmettitrice di questa fiducia, ma deve essere supportata dall’intero nucleo familiare e dal contesto sociale.&nbsp;</p>



<p>Ella deve essere portatrice di fiducia, soprattutto in se stessa come genitore e nel significato del proprio ruolo all’interno del processo di crescita del figlio.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">La speranza nella relazione terapeutica</h2>



<p></p>



<p>Dagli elementi che ci hanno offerto questi due autori, è semplice affermare che <strong>la speranza è relazionale</strong>. </p>



<p>Quindi, se spostiamo lo sguardo sulla relazione terapeuta-paziente, la sola speranza del paziente in se stesso, in noi, nel futuro, nel cambiamento è sufficiente? NO.</p>



<p><br>Ci dice Walter Benjamin: <em>Se la speranza non vive nel cuore di chi cura a nulla possono servire anche le più sofisticate strategie terapeutiche</em>.&nbsp;</p>



<p>La speranza dello psicoterapeuta deve nutrire quella del paziente e viceversa. Solo se il terapeuta confida nell’acquisizione di maggiore flessibilità e di margini più ampi di fattibilità da parte del paziente egli ha una chance di miglioramento. </p>



<p><br>Solo se la relazione tra paziente e terapeuta si nutre della loro reciproca speranza potrà avvenire la trasformazione silenziosa dettata dal sincronizzarsi degli stimoli del terapeuta con la maturazione delle potenzialità di sviluppo del paziente (Tramonti, Fanali, 2013).&nbsp;</p>



<p>Questo significa che <strong>senza la speranza del paziente e del terapeuta qualunque psicoterapia sarebbe destinata al fallimento</strong>. </p>



<p></p>



<p>La speranza non è riconducibile all’ottimismo, ma piuttosto è simile ad un’ancora: la perseveranza dell’attesa, la fiducia nell’individuazione di una via della guarigione possibile. </p>



<p>Nel contesto di cura psicologica è ricerca rispettosa costruttrice di salute.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il terapeuta</h2>



<p>La rigidità di alcuni pazienti, le forti e recidive resistenze, a volte, hanno un impatto negativo sulla speranza dello psicoterapeuta, a tal punto da potergli fare ritenere il proprio lavoro non proficuo.</p>



<p class="has-text-align-center"><br>“<em>Non deve mai succedere che lei si senta sconfitto. E non per un bisogno virile di vincere sempre, ma perché il disfattismo del terapeuta è la cosa più distruttiva che possa capitare ad un paziente. Se il suo terapeuta si sente sconfitto, nel paziente non potrà mai nascere alcuna speranza</em>&#8220;. </p>



<p class="has-text-align-center">(Bettelheim, Rosenfeld, 1994).&nbsp;</p>



<p></p>



<p>Noi terapeuti, quindi, dobbiamo portare dentro di noi il fuoco sacro della speranza, ovvero la fiducia nei nostri pazienti soprattutto quando loro non la intercettano dentro di sé.&nbsp;</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“<em>Ieri, mi sentivo dentro una speranza non motivata. Non speravo in qualcosa di preciso avevo solo nel cuore una speranza, la speranza. Questa speranza immotivata contiene un sacco di cose: anche il futuro. Un futuro che era vita, tutto sommato. La presenza di un avvenire. Prima il futuro mi spaventava perché vedevo nel futuro la ripetizione del presente mentre oggi percepisco la libertà di avvenimenti. Il futuro: una situazione aperta senza l’esigenza di fissare orizzonti. Sento la speranza che si apre come una nuova vita”</em>. </p>



<p class="has-text-align-center">Maria Teresa </p>



<p class="has-text-align-center">(Borgna, 2005).</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>Anche se avrò aiutato una sola persona a sperare non avrò vissuto invano.<br></em>Martin Luther King</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-small-font-size"><strong>Per approfondire</strong>:</p>



<p class="has-small-font-size">Bettelheim, B.,&nbsp;&nbsp;Rosenfeld, A., 1994, L’arte dell’ovvio. Nella psicoterapia e nella vita di ogni giorno, Feltrinelli editore</p>



<p class="has-small-font-size">Borgna E., 2005, L’attesa e la speranza., Feltrinelli editore</p>



<p class="has-small-font-size">Ghidoni C., 2017, Volti del limite e della speranza in psicoterapia Riv. Psicol. Indiv., n. 81: 69-84&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size">Erikson, E.K., Identity, youth and crisis, New York, Norton, trad. it. Gioventù e crisi di identità, 1974, Roma, Armando editore</p>



<p class="has-small-font-size">Tramonti, F., Fanali, A., 2013, Identità e legami, La psicoterapia individuale a indirizzo sistemico-relazionale, Giunti Editore</p>



<p class="has-small-font-size">Winnicott D.W., 1956, La preoccupazione materna primaria. In: Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze, 1975</p>



<p class="has-small-font-size">Winnicott D. W., 1967, Delinquency as a sign of hope, The Prison Service Journal n. 7; trad.&nbsp;It. La delinquenza come sintomo di Speranza, in Feinstein S. C. Giovacchini P. L., 1975, Psichiatria dell’adolescenza vol. 2 Roma, Armando editore</p>
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		<title>Arte e psicoterapia: i 4 punti di contatto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2020 16:44:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[Riflessioni sui punti di contatto tra due mondi: l’ARTE e la PSICOTERAPIA sistemico-relazionale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Arte e Psicoterapia: questo articolo non&nbsp;è&nbsp;una lezione di arte-terapia, né&nbsp;un approfondimento dell’utilizzo di contenuti artistici all’interno di tecniche psicoterapiche.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Mi piacerebbe condividere con voi delle riflessioni sui punti di contatto tra due mondi, apparentemente molto distanti tra loro, che invece ritengo essere intersecanti:&nbsp;l’ARTE e la PSICOTERAPIA.&nbsp;Due mondi che amo e che sto imparando a mettere l’uno al servizio dell’altro per ricavare il massimo dalla loro sinergia.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Quando dipingo, la mia lettura del mondo (che oramai&nbsp;è&nbsp;modulata dalla lettura circolare e sistemica della mia formazione) indirizza la mia creatività&nbsp;e, quando lavoro con i pazienti quella stessa creatività, che mi&nbsp;è&nbsp;intrinseca, mi permette di attingere a linguaggi e registri simbolico-analogici, che facilitano lo svelamento di contenuti particolarmente complessi che risiedono nelle corde emozionali profonde.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">L’immagine è Psiche</h2>



<p></p>



<p>Ogni aspetto dell’esperienza umana ci conferma che l’immagine sta a fondamento della vita psichica.&nbsp;In termini radicali Jung scrisse che “l’immagine&nbsp;è&nbsp;psiche” (Jung, 1988).&nbsp;</p>



<p>Psicoterapia e immagine, dunque,&nbsp;è&nbsp;una relazione dall’intenso sapore simbolico e dal profondo contenuto immaginifico ed emozionale.&nbsp;Questo&nbsp;è&nbsp;ancor più&nbsp;vero oggi, dove l’immagine&nbsp;è&nbsp;il mezzo privilegiato di narrazione del Sè.&nbsp;Viviamo all’interno di una società&nbsp;che si esprime e si racconta attraverso le immagini: dalla televisione alla diffusione capillare dei social network, ci muoviamo nell’era della connettività&nbsp;permanente.&nbsp;Vi&nbsp;è&nbsp;un culto dell’immagine in questa nostra <strong>società&nbsp;dei&nbsp;selfie</strong>, dove il display dello smartphone risulta essere l’interfaccia dei rapporti con il Sé, l’altro e il sociale.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>All’interno del contesto terapeutico, l’apertura&nbsp;all’<strong>imaginum mundus</strong>&nbsp;permette di porre al centro del lavoro di terapia le rappresentazioni analogiche circa la storia, passata e presente, della famiglia che assumono maggiore senso e trasparenza, in quanto vi&nbsp;è&nbsp;una ridotta invadenza dei meccanismi difensivi.&nbsp;I significati, così, emergono e vengono usati in modo ri-elaborativo.&nbsp;</p>



<p>Il lavoro con le immagini tende a privilegiare il processo di costruzione e ricostruzione dell’esperienza, attraverso la riattualizzazione e drammatizzazione dell’incontro tra mondi interni nell’area della relazione (De Bernart, 2004).</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Ritengo che le forme, le composizioni, i colori, le atmosfere che vengono&nbsp;proposte nei quadri o nelle fotografie possano essere dei veicoli di comunicazione terapeutica, in quanto mezzi non solo espressivi ma anche di introspezione e relazione.&nbsp;Le immagini hanno una forza espressiva intensa che le fa diventare&nbsp;<strong>specchio di auto ed etero narrazione</strong>.</p>



<p>Credo, quindi, che la psicoterapia e l’arte possiedano cospicui elementi in comune, che le approssimano e, per alcune sfumature, garantiscono una loro sovrapposizione concettuale.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Punti di contatto tra Psicoterapia sistemico-relazionale e Arte</h2>



<p></p>



<p>Qui di seguito vi propongo il risultato di pensieri, studi e riflessioni, che si condensano in 4 punti di contatto che ho ravvisato tra Arte e&nbsp;<a href="https://www.stateofmind.it/tag/psicoterapia-sistemico-relazionale/"><strong>Psicoterapia sistemico-relazionale</strong></a></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">1. Il tutto&nbsp;è&nbsp;più&nbsp;della somma delle sue parti&nbsp;</h3>



<p></p>



<p>Secondo la mia visione un’opera d’arte può&nbsp;essere considerata un&nbsp;sistema, dove “il tutto&nbsp;è&nbsp;più&nbsp;della somma delle sue parti” (Loriedo, Picardi, 2000, p. 111), in quanto essa&nbsp;è&nbsp;il risultato estetico-comunicativo di un insieme di elementi molto differenti tra loro, che si perfezionano e significano vicendevolmente, in un’unica armonica complessità.</p>



<p>Inoltre, un’opera d’arte, così&nbsp;come il sistema famiglia, crea legami con l’ambiente, costruisce ponti con un mondo Altro che la accoglie.&nbsp;</p>



<p>E così&nbsp;come l’arte produce armonia, anche la psicoterapia relazionale opera allo scopo di ripristinare un armonico assetto all’interno di sistemi familiari inflessibili e stagnanti.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">2. Aprire le porte al possibile&nbsp;</h3>



<p></p>



<p>Entrambe aprono le porte al possibile, ovvero a quell’insieme di universi esistenziali mai pensati e sperimentati prima, attraverso l’espressione di contenuti profondi, di quel Sé&nbsp;autentico, a tratti inconoscibile attraverso i tradizionali mezzi di comunicazione.&nbsp;</p>



<p>L’arte, sovente,&nbsp;è&nbsp;al servizio della psicoterapia come registro simbolico attraverso il quale&nbsp;è&nbsp;possibile aprire le porte del mondo emotivo delle persone, per far emergere contenuti che con il solo linguaggio verbale (livello cognitivo) non potrebbero venire alla luce.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center"><em>L’immagine pittorica&nbsp;è&nbsp;difficile perché&nbsp;vive di pochi strumenti: la linea, il colore-materia, la bidimensionalità&nbsp;del quadro, il gesto, lo sguardo, il riferimento simbolico.&nbsp;È&nbsp;proprio per la sua difficoltà&nbsp;intrinseca che lascia più&nbsp;ampio spazio alla costruzione di immagini mentali e di sentimenti.&nbsp;</em>(Cigoli, 2006, p.70)</p>



<p>All’interno del processo terapeutico&nbsp;è&nbsp;possibile sperimentare la perturbazione dell’assetto razionale tramite un’esperienza estetica: le emozioni e le immagini permettono di&nbsp;<strong>aprire nuovi campi di esperienza e di relazione</strong>, campi che saranno poi riempiti dalle parole.&nbsp;Questa concezione sottolinea l’importanza del livello “iconico-emotivo” come premessa per il cambiamento (Casadio, 2015).&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">3. Tutto&nbsp;è&nbsp;relazione&nbsp;</h3>



<p></p>



<p>Sia la psicoterapia che l’arte si fondano sulla&nbsp;relazione: nella stanza terapeutica si incontrano per la prima volta, all’interno di un comune contesto conoscitivo, due sistemi e il cambiamento può&nbsp;avvenire solo all’interno di una relazione autentica tra la persona-paziente e la persona-terapeuta.&nbsp;</p>



<p>Così&nbsp;come la psicoterapia, anche l’arte&nbsp;è&nbsp;relazione.&nbsp;Quando siamo di fronte ad un quadro, ad esempio, e non ci limitiamo ad apprezzarne solo il valore estetico, cominciamo a “perderci” nel mondo dell’autore, nella sua storia, nel suo contesto storico-culturale, nelle sue paure.&nbsp;Ci addentriamo così&nbsp;in una&nbsp;<strong>relazione</strong>, indiretta, sottile ma autentica&nbsp;<strong>con l’artista</strong>.&nbsp;</p>



<p>Alberto Sughi (pittore italiano scomparso nel 2012) scriveva:&nbsp;<em>Il lavoro del pittore non finisce col suo quadro: finisce negli occhi di chi lo guarda.&nbsp;</em></p>



<p>Quello stesso quadro, infatti, può&nbsp;fungere da specchio dove trovare dei significati e dei quesiti nuovi.&nbsp;Si&nbsp;è&nbsp;dentro, quindi, anche alla&nbsp;<strong>relazione con se stessi</strong>.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">4. Famiglia</h3>



<p></p>



<p>Un altro punto di congiunzione&nbsp;è&nbsp;la&nbsp;famiglia, oggetto di studio privilegiato della teoria sistemico-relazionale e soggetto di moltissime opere d’arte.&nbsp;</p>



<p>Alla base della terapia familiare vi&nbsp;è&nbsp;l’attenzione posta sulla famiglia come contesto per comprendere le modalitàdi sviluppo e di cambiamento del concetto di Sé&nbsp;e degli altri e sull’osservazione del suo potere di influenzare l’esperienza e il comportamento dei suoi membri (Minuchin, 2009, p.12).&nbsp;</p>



<p><a href="https://www.stateofmind.it/bibliography/minuchin-salvador/"><strong>Salvador Minuchin</strong></a>, padre della terapia familiare, ha definito la stessa terapia della famiglia come una vera e propria forma d’arte:&nbsp;<em>L’arte di entrare nel labirinto di quella famiglia per farvi comparire un filo d’Arianna</em>&nbsp;(Minuchin, 1982, p 10).</p>



<p>Anche l’arte ha da sempre colto l’intreccio relazionale familiare dandogli un volto, un contesto, un significato.&nbsp;Dalle classiche rappresentazioni sacre, ai famosi quadri di:&nbsp;</p>



<p></p>



<p><strong>Van Gogh “I mangiatori di patate”</strong>&nbsp;(1885)</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/mangiatori-di-patate-quadro.jpg" alt="" class="wp-image-32625" width="635" height="357"/></figure>



<p></p>



<p></p>



<p><strong>Picasso “La Famiglia Soler”</strong> (1903)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="634" height="411" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/04-picasso-la-famiglia-soler.gif" alt="" class="wp-image-32626"/></figure>



<p></p>



<p></p>



<p><strong>De Chirico “La Famiglia”</strong> (1926)</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/75f5498be65c7ee03dc8945d5d1465ea.jpg" alt="" class="wp-image-32627" width="631" height="807" srcset="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/75f5498be65c7ee03dc8945d5d1465ea.jpg 631w, https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/75f5498be65c7ee03dc8945d5d1465ea-480x614.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 631px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<p></p>



<p><strong>Botero “Scena Di Famiglia”&nbsp;</strong>(1969)</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/1-family-Botero.jpg" alt="" class="wp-image-32628" width="641" height="703" srcset="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/1-family-Botero.jpg 641w, https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/1-family-Botero-480x526.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 641px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Psicoterapia, Arte e cambiamento&nbsp;</h2>



<p></p>



<p>La psicoterapia&nbsp;è, dunque, l’arte della scoperta, della trasduzione, del cambiamento.&nbsp;L’arte degli incastri relazionali, delle letture alternative, delle potenzialità&nbsp;individuali messe nel campo del sistema familiare.&nbsp;</p>



<p>La psicoterapia sistemico-familiare&nbsp;è, dunque, così&nbsp;come l’arte, ed in particolare l’arte pittorica, un viaggio alla scoperta di ciò&nbsp;che&nbsp;è&nbsp;sconosciuto e celato, un viaggio trasformativo che rende ciò&nbsp;che&nbsp;è&nbsp;informe, pieno di confini di definizione.&nbsp;</p>



<p>Ma&nbsp;<strong>la forma finale non&nbsp;</strong><strong>è</strong><strong>&nbsp;previsibile all’inizio del percorso</strong>, bensì&nbsp;è&nbsp;una costruzione progressiva. Il risultato sarànuovo e sorprendente.&nbsp;</p>



<p>Arte e Psicoterapia sono, quindi, generatrici di cambiamento nell’ottica dell’evoluzione intrapsichica e relazionale.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="has-small-font-size wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<p class="has-small-font-size">Casadio, L., (2015), L&#8217; arte della psicoterapia e la psicologia dell&#8217;arte, Mimesis edizioni, Milano</p>



<p class="has-small-font-size">Cigoli, V., (2006), L’albero della discendenza. Clinica dei corpi familiari, Franco Angeli, Milano&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size">De Bernart, R., (2014), Immagine e famiglia, Istituto Terapia Familiare di Firenze</p>



<p class="has-small-font-size">Jung, C., G., (1988), Commento al segreto del fiore d’oro, in Opere. Vol. 13, Bollati Boringhieri, Torino</p>



<p class="has-small-font-size">Loriedo, C., Picardi, A., (2000), Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento. Percorsi e modelli della psicoterapia sistemico-relazionale, Franco Angeli, Milano</p>



<p class="has-small-font-size">Minuchin, S., Fishman H., C., (1982), Guida alle tecniche di terapia della famiglia, Astrolabio, Roma</p>



<p class="has-small-font-size">Minuchin, S., (2009), Famiglia: un&#8217;avventura da condividere. Valutazione familiare e terapia sistemica, Bollati Boringhieri, Torino</p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL TEMPO IN TERAPIA E IL TEMPO DELLA TERAPIA Sincronizzazione e rinarrazione in ottica sistemica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Dec 2020 23:32:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[questo articolo vi propongo il mio punto di vista sulla dimensione temporale all’interno dell’espressività sintomatologica e sugli accenti che in psicoterapia è importante considerare rispetto al tempo del paziente e del sistema terapeutico.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>“Io so che cosa è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo” scrive Sant’Agostino ne Le Confessioni, XI libro (398 d.C.).</em></p>



<p><em> </em></p>



<p><em>Il tempo è una dimensione esistenziale con cui tutti dobbiamo fare i conti. Ogni nostra giornata è scandita da ritmi ed orari. Il tempo è relativo, denso, fluido, complesso, ricorsivo, variabile, veloce, lento, interminabile. Il tempo è individuale, di coppia, sistemico, soggettivo, plurimo. Il tempo risulta essere una variabile importante all’interno della dimensione psicoterapeutica. </em></p>



<p><em>In questo articolo vi propongo il mio punto di vista sulla dimensione temporale all’interno dell’espressività sintomatologica e sugli accenti che in psicoterapia è importante considerare rispetto al tempo del paziente e del sistema terapeutico.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Innamoramento retropico</h2>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“Non ho un’immagine del futuro. Ho difficoltà a visualizzare a lungo termine la mia vita perché non riesco ad avere fiducia in me”.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Andrea 34 anni</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“Mi sento abbastanza incapace di recuperare la bussola e con essa le redini della mia vita, quanto meno definitivamente. Mi aggiro timida nel labirinto, inciampando, incespicando, cercando, in ogni istante, di non guardarmi indietro, ma davanti a me è tutto confuso”.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Valeria 37 anni</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">“Ho la sensazione di camminare raso al muro vicino al burrone con la preoccupazione che qualsiasi passo falso possa fare crollare tutto. Vorrei solo tornare ad essere come prima, vorrei poter tornare indietro&#8230;cambiare qualcosa può farmi perdere l’equilibrio”.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Luca 41 anni</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Queste sono le parole di chi vive il&nbsp;<strong>tempo del sintomo</strong>, un tempo fatto di un immobilismo omeostatico. Luca ad esempio dice “vorrei solo tornare indietro”, come se il passato fungesse da “base sicura” contro il senso di incertezza.&nbsp;</p>



<p>Prendendo in prestito le parole del sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, quello che spesso osserviamo è un&nbsp;<strong>innamoramento retropico verso il passato</strong>.&nbsp;</p>



<p>Il termine “retropico” si riferisce al concetto di retropia (che troviamo all’interno del testo omonimo pubblicato postumo nel 2017) che indica un attaccamento nei confronti del tempo passato, ancora solida e stabile a cui si associa una vera e propria&nbsp;<strong>fobia nei confronti del tempo futuro</strong>, in quanto incerto e ingestibile, finisce alla gogna e viene contabilizzato come voce passiva, assumendo sfumature pessimistiche.&nbsp;</p>



<p>Questo è molto simile a quello che, spesso, osserviamo nei pazienti, i quali&nbsp;<em>assediati dalla sofferenza, per non perdere l’orientamento, si aggrappano a quel che resta della stabilità</em>&nbsp;(Lowental).<br></p>



<p>E cos’è che è stabile?&nbsp;</p>



<p>Che ci fa sentire al sicuro?</p>



<p><br>Ci sentiamo al sicuro quando torniamo nei territori del familiare, di ciò che ben conosciamo, ciò che ci hanno insegnato, che abbiamo vissuto e sperimentato.&nbsp;Ed è questo che fanno le famiglie, perlomeno quelle che non hanno un sufficiente livello di flessibilità nel modularsi in rapporto agli input di cambiamento, esterni ed interni, che si presentano nei passaggi del ciclo vitale.&nbsp;</p>



<p>Questi sistemi, per garantirsi una stabilità interna che gli è necessaria, si aggrappano a quelle dinamiche note ma disfunzionali attivando quella che la Teoria Generale dei Sistemi definisce&nbsp;<a href="https://www.stateofmind.it/2019/07/psicoterapia-sistemica/"><strong>retroazione negativa</strong></a>&nbsp;che permette di mantenere lo status quo determinando un adattamento omeostatico all’ambiente, e quindi un disadattamento.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://alessiavecchiopsicologa.it/wp-content/uploads/2020/12/retroazione-1024x215.png" alt="" class="wp-image-32662" width="727" height="152"/></figure>



<p></p>



<p>Il tempo del sintomo, quindi, non permette evoluzioni, costringendo il paziente designato e la famiglia in danze disfunzionali che li fanno&nbsp;<em>girare in cerchio o ritornare costantemente negli stessi vicoli ciechi</em>&nbsp;(Caillè, 2005).&nbsp;</p>



<p>Tutti sono ancorati saldamente ad un tempo presente dove il sintomo è protagonista e, in alcuni quadri sintomatici (disturbo post traumatico da stress, lutto patologico, depressione), il focus è puntato anche ad un li e allora che ha ancora impatto dolorifico sul presente.&nbsp;</p>



<p>Nella psicopatologia, quindi, vi è spesso un tempo presente e un tempo passato, mentre il futuro è inconsistente, irraggiungibile, e nei casi più gravi, inesistente.&nbsp;</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>Il futuro è un non tempo.</em></p>



<p></p>



<p>Questo significa che il paziente porta in terapia una percezione del tempo non unitaria, ovvero una&nbsp;<strong>disarticolazione temporale</strong>, dove i tre tempi sono disconnessi gli uni dagli altri, non interagenti, vengono percepiti dalla persona come se fossero dei compartimenti stagni incomunicabili.&nbsp;</p>



<p>Come ci dice Borgna (1996)&nbsp;<em>nella psicopatologia i tempi si disgregano e, infine, si sfilacciano. Ciò determina una frattura nel fluire della vita psichica della persona</em>.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">L’integrazione temporale</h2>



<p></p>



<p>È, dunque, importante durante il processo terapeutico tenere in considerazione la variabile tempo, valutando e lavorando in favore di una&nbsp;<strong>integrazione temporale</strong>, dove il tempo futuro deve essere rianimato e messo in continuità attiva con presente e passato.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>Il futuro, quindi, non va soltanto reso nuovamente possibile,</strong></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>ma anche integrato all’interno di un’unica bolla temporale,</strong></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>dove coesistono simultaneamente passato, presente e futuro.</strong></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Ognuno di noi in ogni attimo della propria vita porta con sé la propria bolla temporale che permette a ciascuno di percepirsi come il risultato fluttuante dell’intreccio della propria storia, con il qui ed ora e l’avvenire.&nbsp;</p>



<p>Faccio una precisazione: il&nbsp;<strong>passato</strong>&nbsp;che portiamo nel tempo presente non è una fotografia fedele di ciò che è realmente accaduto nella nostra storia, né è solo una sorta di resoconto filmico.&nbsp;È la selezione soggettiva di eventi, informazioni, emozioni che si sono ancorati alla memoria, generando mappe attraverso le quali agiamo, in modo semplificato, all’interno dei contesti relazionali odierni.&nbsp;E il tempo&nbsp;<strong>futuro</strong>&nbsp;è presente solo nella dimensione dell’attesa e della progettualità.&nbsp;</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>È come se il passato e il futuro indossassero un abito di taffettà cangiante&nbsp;e ogni volta che voltiamo lo sguardo in una o nell’altra direzione li vediamo con colori diversi.</em></p>



<p></p>



<p>Questo ci porta a credere che è nel tempo presente e, nello specifico, nel presente della terapia che si possono generare delle modificazioni, non rispetto a ciò che è realmente accaduto o che accadrà, ma in relazione alla lettura e al significato che il soggetto lega al proprio continuum esistenziale.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il lavoro terapeutico: 4 punti ‘on-time’</h2>



<p></p>



<p>In relazione a ciò è importante che all’interno del processo terapeutico si valutino alcune dimensioni temporali e si agisca in favore di 4 aree:&nbsp;</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">1. Sincronizzazione dei tempi</h3>



<p></p>



<h4 class="wp-block-heading">&#8211; Sincronizzazione dei tempi individuali</h4>



<p>È importante non solo, come ho già accennato, riattivare una interrelazione all’interno dell’intelaiatura temporale, ma anche lavorare su una narrazione che spesso i pazienti ci portano dove esiste una vita&nbsp;<em>prima del sintomo</em>&nbsp;e una vita&nbsp;<em>dopo il sintomo</em>, come se l’esperienza sintomatica fosse uno squarcio nella continuità dell’esistenza.&nbsp;</p>



<p>Compito della terapia è quello di ricucire progressivamente i due lembi recisi per rigenerare una trama unica.&nbsp;</p>



<p></p>



<h4 class="wp-block-heading">&nbsp;&#8211; Sincronizzazione dei tempi interni con quelli esterni.</h4>



<p>Ogni persona è portatrice dei un tempo soggettivo che nella psicopatologia diventa sovente&nbsp;<em>diacronico</em>&nbsp;rispetto al tempo esterno.&nbsp;</p>



<p>Compito della terapia è quello di aumentare la sincronia: avvicinare il tempo soggettivo con quello evolutivo, ovvero il tempo della fase del ciclo vitale ed anche sincronizzare i tempi interni con quelli sociali, cioè delle aree di vita come il lavoro e la socialità.&nbsp;</p>



<p></p>



<h4 class="wp-block-heading">&#8211; Sincronizzazione dei tempi individuali con i tempi del sistema familiare&nbsp;</h4>



<p>per tempo del sistema familiare si intende l’insieme dei vari tempi individuali che diviene tempo globale, il quale è più della somma delle singole parti.&nbsp;È come un’orchestra dove ognuno suona il proprio strumento e il proprio spartito, ma tutti devono seguire un determinato ritmo che possa armonizzare tutti i suoni, generando un’unica armonica melodia.&nbsp;</p>



<p></p>



<h4 class="wp-block-heading">&#8211; Sincronizzazione del tempo del sistema terapeutico</h4>



<p>Il terapeuta, in quanto persona, è anch’egli portatore di un tempo interno.&nbsp;È importante che impari a conoscere i propri ritmi, per adeguare essi ai tempi del setting e a quelli dei pazienti.</p>



<p><br></p>



<h3 class="wp-block-heading">2. Da un tempo lineare ad un tempo circolare</h3>



<p>I pazienti portano una visione del mondo, della vita e quindi anche del tempo lineare.&nbsp;Compito della terapia è inserire il concetto di tempo circolare dove si intrecciano un tempo&nbsp;<em>verticale</em>,&nbsp;<em>transgenerazionale</em>, ed uno&nbsp;<em>orizzontale</em>&nbsp;legato alla dimensione esistenziale del paziente (Busso, 2016). Inserirsi all’interno di una trama storica familiare permette al soggetto di coglierne le ridondanze.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">3. Attribuzione di significati alternativi all’interno della narrazione storica del paziente/coppia/famiglia.&nbsp;</h3>



<p>Nell’ambito di ogni processo terapeutico c’è sempre una storia o più storie da raccontare.&nbsp;Serve del tempo per raccontare una storia, che è un tempo altro che non appartiene all’ordinario scorrere dei minuti e delle ore, un tempo di fuoriuscita dal flusso della quotidianità.&nbsp;</p>



<p>Il terapeuta deve&nbsp;<em>curare i tempi della storia</em>, ponendo ad esempio nuovi accenti, proponendo nuove punteggiature circa gli eventi, esaltando alcuni temi e riducendo l’importanza di altri.&nbsp;Questo movimento di equilibri aiuta il soggetto alla ricerca di significati alternativi generando una nuova narrazione della propria storia.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">4. Destituzione della lettura deterministica del tempo</h3>



<p>I pazienti mantengono la certezza secondo cui determinate premesse (come un passato traumatico) devono necessariamente portare ad un unico, immutabile futuro.&nbsp;</p>



<p>È importante accompagnare il soggetto ad abbandonare questa visione lineare del se&#8230;allora, aprendo lo sguardo alla comprensione che anche partendo da premesse negative e sconfortanti si può generare un futuro diverso, anzi&nbsp;<em>tanti futuri possibili</em>. (Proprietà dei sistemi aperti TGS &#8211; Equifinalità: ciò che si osserva allo stato attuale può essere il risultato di numerosi processi diversi e provenire da condizioni iniziali differenti).&nbsp;</p>



<p>Boscolo e Bertrando (1993), in tal senso, parlano di&nbsp;<em>ambitemporalità</em>&nbsp;dove Il presente è come è, il futuro potrà esserne una copia oppure assumere una forma inedita.&nbsp;Questa convinzione restituisce al paziente il potere di autodeterminarsi e di determinare la vita possibile del proprio futuro.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Attraverso la psicoterapia…</h2>



<p>In terapia, così come nella vita, non esiste un solo tempo, non esiste IL tempo, ma&nbsp;<strong>esistono I tempi</strong>.</p>



<p>L’incontro terapeutico si inscrive in un tempo presente che si interseca a stratificate dimensioni temporali: c’è il tempo presente, quello del sintomo, c’è il tempo della seduta, delle narrazioni, del silenzio. C’è il tempo atteso del cambiamento.&nbsp;A questo si sommano i tempi individuali e sistemici: il tempo storico del paziente, quello del terapeuta, quello della famiglia d’origine, quello della famiglia che si porta in testa (come direbbe la Benjamin); i tempi sincronici (quelli del qui e ora) a cui si intersecano quelli diacronici (il lì ed allora della storia della persona).&nbsp;</p>



<p>Nonostante, dunque, in terapia si giochi tutto all’interno di un tempo presente, quello della seduta, esso non è da intendersi come un tempo vuoto di storia ed avvenire.</p>



<p>La variabile&nbsp;tempo deve diventare&nbsp;<strong>strumento della terapia</strong>&nbsp;attraverso una costante operazione di recupero e di ridefinizione dei contenuti e dei processi delle storie (Vallario, 2010).&nbsp;Le pagine del passato devono essere rilette, comprese e riconnesse ad un qui ed ora che accoglie nuovi significati.&nbsp;In tal senso, dunque,&nbsp;<strong>il presente è carico del passato e gravido dell’avvenire</strong>&nbsp;(Leibniz).&nbsp;</p>



<p>Leibniz ci aiuta a riflette sul fatto che il presente sia dotato di un carattere espansivo, in quanto aperto a prospettive da realizzare, in questo senso è gravido del futuro.&nbsp;È volto al novum il quale si configura come dispiegamento di elementi già contenuti in esso, seppur in forma embrionale.&nbsp;</p>



<p>Ogni momento contiene passato e futuro, dando vita ad una vera e propria fusione degli orizzonti, in un processo di continua trasformazione (Basso 2005, p. 18-20).&nbsp;</p>



<p><em>Non c’è mai una generazione completa né morte perfetta. E quelle che noi chiamiamo generazioni sono sviluppi e accrescimenti…ne deriva che gli esseri umani non nascono né periscono, ma solamente si trasformano.</em></p>



<p>L’uomo non muore ci dice Leibniz ma si trasforma all’interno di una temporalità che non gli appartiene del tutto, all’interno di una storia intergenerazionale.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<p></p>



<p>Basso, L., (2005), Individuo e comunità nella filosofia politica di G.W. Leibniz, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli</p>



<p>Bauman Z. (2017), Retropia, Laterza, Bari-Roma&nbsp;</p>



<p>Boscolo L., Bertrando P., (1993), I tempi del tempo. Una nuova prospettiva per la consulenza e la terapia sistematica, Bollati Boringhieri, Torino</p>



<p>Borgna E. (1996), C&#8217;è ancora un senso nella psicopatologia? ATQUE. Materiali tra Filosofia e Psicoterapia &#8211; Ancora la Psicopatologia?, n.13,p.155-178</p>



<p>Busso P., (2016), Il dialogo con l’altro: nel cuore della psicoterapia sistemica della persona, Libreriauniversitaria.it edizioni</p>



<p>Caillè, P., Rey, Y., (2005), Gli oggetti fluttuanti. Metodi di interviste sistematiche, Armando Editore, Roma</p>



<p>Lanzarone C. Il diritto naturale di essere se stessi. Formarsi con Lorna Smith Benjamin. La notte stellata. Rivista di psicologia e psicoterapia 2018; 1:8-28</p>



<p>Loriedo, C., Picardi, A., (2000), Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento. Percorsi e modelli della psicoterapia sistemico-relazionale, Franco Angeli, Milano</p>



<p>Vallario L., Il cronogramma. Uno strumento per la psicoterapia, Franco Angeli, Milano</p>
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		<title>Psiche e Social Media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Vecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Dec 2020 09:35:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[Quale confine tra volto e maschera? In questo articolo condivido le mie riflessioni sulle maschere che, spesso, si indossando come scudo protettivo all’interno dei contesti relazionali.Qual è il confine tra volto e maschera?Tra persona e personaggio?Tra figura e sfondo? La maschera è la persona? L’atto di indossare una maschera è un gesto antico, riscontrabile in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Quale confine tra volto e maschera?</h2>



<p></p>



<p class="has-text-align-left"><em>In questo articolo condivido le mie riflessioni sulle maschere che, spesso, si indossando come scudo protettivo all’interno dei contesti relazionali.<br>Qual è il confine tra volto e maschera?<br>Tra persona e personaggio?<br>Tra figura e sfondo?</em></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">La maschera è la persona?</h3>



<p></p>



<p>L’atto di indossare una maschera è un gesto antico, riscontrabile in numerose culture, in epoche diverse, in evenienze socio-spirituali multiformi.&nbsp;Questo atto risponde ad esigenze differenti e svolge numerose funzioni: rappresentativa, comunicativa, emotiva, indicativa, occultante, magico-rituale, sociale.&nbsp;</p>



<p></p>



<p>C’è una maschera quando vi è una relazione, un passaggio trasformativo (basti pensare, ad esempio, alle maschere poste sul viso del defunto per renderlo immortale), un messaggio da comunicare.&nbsp;Dove c’è relazione, qualsiasi essa sia, c’è attribuzione di ruoli che i soggetti svolgono e giocano attraverso le proprie maschere.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>In maniera più o meno consapevole, la persona sente il bisogno di utilizzare un&nbsp;<strong>filtro che agisca da mediatore con il mondo esterno</strong>.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Incarnare un ruolo, soprattutto se questo è socialmente condiviso, aiuta a semplificare le relazioni, a far sì che ognuno possa muoversi con sicurezza anche su terreni poco conosciuti e insidiosi (Damasso, 2017). Le maschere, dunque, possono fungere da&nbsp;<strong>mappa</strong>&nbsp;che consente alla persona di affrontare i contesti relazionali con una minor quota di sforzo e preoccupazione, poichè le proprie azioni vengono attinte all’interno di un ventaglio di comportamenti, regole, attese e principi richiesti in maniera, esplicita ed implicita, dai diversi contesti sociali.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p><em>Ma cosa accade ad una persona che si perde o precipita nella sua maschera?</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Per Jung il rischio è che l’individuo si identifichi troppo con essa, diventando estraneo a se stesso, perdendo la sua autonomia e riducendosi ad essere solo un&nbsp;<strong>riflesso sociale</strong>&nbsp;(Trentini, 2004, p. 60).</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>Egli può arrivare a credere di essere esclusivamente ciò che rappresenta</em>&nbsp;(Jung, 1948, p. 110).</p>



<p></p>



<p>Il pericolo latente della maschera è, dunque, quello che si possa giungere ad un drammatico (per la sua irreversibilità) fenomeno di inversione di ruolo tra l’uomo e la maschera (Chevalier, Gheerbrant, 1999, p. 72).&nbsp;Inversione in cui&nbsp;<em>l’uomo non ha altro che quella maschera e la maschera è quell’uomo</em>&nbsp;(Bonvecchio, 2002, p. 22).</p>



<p>La persona, impadronendosi della vita della maschera, ne accetta la mistificazione e finisce col credere che gli altri scambino la sua maschera per un volto.&nbsp;Dopo aver dissimulato se stesso, l’individuo si convince di poter simulare attivamente.&nbsp;</p>



<p></p>



<p><strong>La maschera rappresenta, dunque, la sintesi ingenua tra due contrari fra loro molto vicini: la dissimulazione e la simulazione </strong>(Bachelard, 2008, p. 167).&nbsp;</p>



<p></p>



<p>Quello che nella cultura giapponese viene inteso come la dicotomia tra&nbsp;<em>omote</em>&nbsp;e&nbsp;<em>ura</em>, ovvero tra la facciata e il lato nascosto.&nbsp;D’altronde senza un “aldilà”, senza il volto vero su cui poterla poggiare, non ci sarebbe neanche una maschera, così come senza una parte in ombra non ci sarebbe quella esposta alla luce, senza uno sfondo non ci sarebbe la figura in primo piano.&nbsp;</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>La presenza della maschera, in maniera forse paradossale,&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center"><em>ci convince dell’assoluta esistenza di un volto autentico dietro di essa, il quale ha creduto di non potersi mostrare.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p>L’intervento psicologico di supporto, a mio avviso, ha il dovere di percorrere quel tragitto che va dal volto alla maschera e dalla maschera al volto, in modo da slegarli, per far sì che volto e maschera possano guardarsi reciprocamente, diventando uno lo specchio dell’altra.&nbsp;Solamente questo tipo di movimento è capace di generare una trasformazione silenziosa, uno switch tra maschera e volto, dove la persona rimasta all’ombra per molto tempo, forse per tutta la vita, torni a prendere&nbsp;<strong>aria</strong>,&nbsp;<strong>luce</strong>,&nbsp;<strong>calore</strong>&nbsp;ed&nbsp;<strong>opportunità</strong>.</p>



<p>A volte le persone non hanno contezza della maschera.&nbsp;È necessario che la sollevino dal loro viso, la guardino e se ne distanzino progressivamente.&nbsp;Potrebbe essere un movimento terrifico, nelle prime battute, in quanto non hanno consapevolezza di chi siano senza di essa. Si sentono nudi ed indifesi nel mostrarsi, nel guardarsi forse per la prima volta.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">L’uso della maschera sui profili social</h2>



<p></p>



<p>A chi non è capitato di indossare una maschera nel contesto lavorativo, amicale, familiare, almeno una volta, in una situazione che necessitasse di una recita di circostanza, di un sorriso forzato?</p>



<p></p>



<p>Le maschere che a volte indossiamo, se sono&nbsp;<strong>flessibili</strong>&nbsp;e di&nbsp;<strong>breve indosso</strong>, possono agevolarci nella gestione del quotidiano.&nbsp;Questione differente è se si tratta di maschere&nbsp;<strong>rigide</strong>&nbsp;che&nbsp;<strong>imprigionano l’energia vitale</strong>&nbsp;e che rendono la persona&nbsp;<strong>incapace all’autodeterminazione</strong>, che sono sinonimo di&nbsp;<strong>impotenza appresa</strong>.&nbsp;</p>



<p></p>



<p>Diverso è se la persona ha creato attorno a sé un&nbsp;<em>kòilon</em>&nbsp;teatrale greco di fronte al quale recitare, virtualmente ed in presenza, sceneggiature varie di un personaggio Sé che non è del tutto autentico.&nbsp;Questo è il caso di coloro che indossano quotidianamente maschere sociali attraverso le quali ricevere immagini positive e salvifiche circa la propria persona.&nbsp;</p>



<p>Allora i like, i follower, le visualizzazioni, i commenti sono l’elemento che misura il valore personale e la community social diventa una vera e propria “<strong>famiglia sostitutiva</strong>” (Bowen, 1979 p. 67).&nbsp;Ma le famiglie sostitutive non sono un buon sostituto della famiglia vera, delle relazioni in carne ed ossa, della prossimità fisica.&nbsp;&nbsp;Possono portare ad un periodo di vita abbastanza buono, essendo in grado di infondere gratificazione, finchè la reciprocità è calma.&nbsp;Queste cinture sociali, però, hanno scarsa tolleranza allo stress e si annoiano facilmente.&nbsp;</p>



<p></p>



<p>I movimenti rivolti alla&nbsp;<strong>fama</strong>, generati dalla&nbsp;<strong>fame</strong>&nbsp;di stima, di affetto, di attenzioni (forse perché scarse nella propria esperienza evolutiva) è gratificante, utile, funzionale, ma fittizio.&nbsp;</p>



<p></p>



<p>Le falle emergono quando gli “amici” voltano le spalle premiando un altro following. E allora&nbsp;<strong>il teatro social crolla come un castello di carte</strong>. E queste persone rischiano, senza la loro sceneggiatura e le proprie maschere, di non sapere più chi siano.&nbsp;</p>



<p>È come se chi vive su e attraverso i social media cammini come un acrobata su una fune evitando, in tutti i modi, di cadere nel vuoto della disistima relazionale, utilizzando spesso la sovrastima delle proprie capacità e caratteristiche.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>L’apparenza ha un peso specifico superiore rispetto che l’essenza.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<p>&nbsp;La conseguenza di tale processo è, come scrive Pirandello, che a volte tale persona rimanga imbrigliata nel suo stesso progetto espositivo finendo deformata, non si conoscendosi affatto.&nbsp;</p>



<p><em>Non ha per sè alcuna realtà propria, è in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile.&nbsp;Lo conoscono gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che gli avevano data; cioè vedono in lui ciascuno un Valerio che non è lui non essendo lui propriamente nessuno per se stesso: tanti me quanti essi erano e tutti più reali di lui che non ha per se stesso, ripeto, nessuna realtà.</em></p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">L’essere persona: la distanza emotiva di sicurezza dalla community</h3>



<p></p>



<p>Non voglio di certo demonizzare i social media, anzi li ritengo assolutamente utili, ma penso che sia necessario mantenere una certa “<strong>distanza emotiva di sicurezza</strong>” per evitare di rimanere incastrati nelle dinamiche illusorie dell’apprezzamento social.</p>



<p>Tutti, chi più chi meno, desideriamo essere apprezzati, ma ciò deve essere raccolto sulla base del nostro vero Sé e non attraverso immagini photoshoppate, idee mistificate, realtà inesistenti.&nbsp;</p>



<p>Fa molta più paura mostrarsi per ciò che si è piuttosto che attraverso un surrogato di se stessi.&nbsp;È più sicuro l’impersonare un ruolo piuttosto che essere persona.&nbsp;</p>



<p></p>



<p><em>“Le nostre vite sono piene di ruoli, ma se ho la mia integrità sono anche una persona con la mia vita in quanto tale. I ruoli, però, premono continuamente sulle nostre vite.</em> <em>Vi è la necessità di risolvere la lotta tra persona e ruolo”</em>&nbsp;[Whitaker,1990, p. 126).</p>



<p>A mio avviso, è utile conoscere le radici, le sfumature, i contorni della propria identità.&nbsp;Avere consapevolezza di se stessi, in rapporto alle proprie risorse e alle aree di miglioramento.&nbsp;</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>Partire da sé per arrivare al Sé.&nbsp;</strong></p>



<p></p>



<p>Non è semplice conoscersi e riconoscersi e, a volte, può far paura guardarsi allo specchio così come si è, con le occhiaie, le rughe, i capelli bianchi, le imperfezioni.&nbsp;Ma sono proprio quelle che crediamo essere imperfezioni che ci rendono unici.</p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>Non puntiamo all’omologazione</strong>, ma alla creativa ricerca ed espressione del personale mondo interiore.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Ognuno di noi ha un valore intrinseco e la cosa migliore che possiamo fare per noi stessi è scoprirne le profondità e metterle in luce.</em></p>



<p></p>



<p></p>



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<h2 class="has-small-font-size wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<p class="has-small-font-size">Damasso M., Pulcinella tra Maschera e Persona: un’esperienza di psicoterapia, Babel 35, 2017</p>



<p class="has-small-font-size">Trentini G. (a cura di), Le voci dell’io e il concerto dei valori, Milano: Franco Angeli, 2004</p>



<p class="has-small-font-size"> Jung C. G., L&#8217;Io e l&#8217;Inconscio (Die Beziehungen zwischen dem Ich und dem Unbewussten, 1928), trad. di Arrigo Vita, Torino: Boringhieri Editore, 1948</p>



<p class="has-small-font-size">Chevalier J., Gheerbrant A., Dizionario dei simboli &#8211; volume II, trad. it. Margheri Pieroni M. G., Sordi I., Milano: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 1999</p>



<p class="has-small-font-size">Bonvecchio C., La maschera e l’uomo. Simbolismo, comunicazione e politica, Milano: Franco Angeli, 2002</p>



<p class="has-small-font-size">Bachelard G., Il diritto di sognare, trad. it. Bianchi M., Bari: Edizioni Dedalo, 2008</p>



<p class="has-small-font-size">Ortu C., Maschere del mondo, Ilmiolibro self publishing, 2012&nbsp;</p>



<p class="has-small-font-size">Bowen M., Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare. Roma: Casa Editrice Astrolabio &#8211; Ubaldini Editore, 1979</p>



<p class="has-small-font-size">Whitaker C. A., Midnight musings of a family therapist.&nbsp;New York: W. W. Norton and Company, 1989 trad. it. Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia. Roma: Casa Editrice Astrolabio &#8211; Ubaldini Editore, 1990</p>
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