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Dal Bambino immaginario al bambino reale

Genitorialità

La nascita di un bambino non è, come si è soliti pensare o come ci fanno credere, un momento di sola gioia e felicità, ma è anche una fase di transizione che implica molti adattamenti da parte di tutti i protagonisti. È una fase evolutiva fatta di sfide e rimodellamenti, di emozioni intense e errori. 

In relazione a ciò ho pensato di confrontarci su un tema che secondo me, a volte, non viene sufficientemente valorizzato, soprattutto durante la fase della gravidanza e del postparto, ma che ritengo sia invece molto importante nella costruzione di una sana relazione tra genitori e figlio e anche rispetto alla valutazione di sé come genitore: il delicato passaggio psicologico dalla costruzione del bambino immaginario al confronto con il bambino reale. 

Esercitiamoci…

Prima di iniziare la lettura vi chiedo di fare insieme un piccolo esercizio:

prendete un foglio e una penna. 

Chiudete gli occhi e immaginate il vostro bambino/bambina futuro.

Immaginatelo fisicamente (i capelli; la pelle; gli occhi; le labbra; la forma del viso. Sarà alto o bassino? Longilineo o rotondo?)

Immaginatelo nel temperamento: calmo e riflessivo o molto dinamico?

Adesso fate un salto temporale di qualche anno immaginandolo nel futuro: a scuola sarà competente? Prenderà buoni voti? Che sport praticherà? Cosa farà da grande?

Come è andato questo esercizio immaginativo? È stato facile? Difficile? Era la prima volta che vi soffermavate su questi pensieri? Quali emozioni avete provato?

Ognuno di voi, chi in maniera più chiara chi più sfumata avrà realizzato un ritratto del proprio bambino immaginario. 

Quello che avete immaginato non corrisponderà alla realtà e questo è l’elemento chiave delle mie riflessioni. 

Il figlio è sempre differente rispetto all’immagine che i genitori costruiscono nella propria mente, ma questo bambino immaginario a hanno dato forma è utile nella costruzione dell’identità materna e paterna.

Scopriamo perché…

La nascita della madre

Aspettare un figlio non significa acquisire immediatamente la genitorialità, perché la dimensione biologica non corrisponde sempre, a livello temporale, alla dimensione psicologica. 

Accanto ad un tempo biologico dell’attesa di un figlio, che si conclude con il parto, esiste un tempo psicologico di gestazione, non quantificabile, in cui si va a strutturare il “genitore interno” (Berne).  

Il periodo della gestazione, quindi, non segna solo l’attesa della nascita del bambino, ma anche l’attesa della nascita della madre e della nascita del padre. 

Quindi, madri non si nasce ma si diventa ed aggiungo che ognuno lo diventa a modo proprio e con i propri tempi. 

Diventare madri implica un processo psicologico maturativo, evolutivo e trasformativo graduale che necessita di uno specifico lavoro di maternità, il quale si esplica sia sul versante pragmatico che relazionale. 

Lavoro di maternità pragmatico

  • Passaggio a comportamenti di caregiving (i comportamenti della cura, della protezione, dell’accudimento, allattare, cambiare il pannolino, cullare il bambino, lavarlo e vestirlo, ecc.)
  • Riorganizzazione delle tempistiche quotidiane, 
  • Gestione del tempo lavorativo, 
  • Coniugazione tra dimensione familiare, personale e sociale,
  • Organizzazione economica in rapporto alle nuove spese familiari.

Lavoro di maternità relazionale

  • Gestione delle emozioni connesse alle trasformazioni corporee della gravidanza,
  • Rimodulazione della relazione con il partner,
  • Organizzazione della coppia parentale,
  • Cambiamenti nelle relazioni con la famiglia allargata e con gli amici.

L’ho definito LAVORO proprio perché implica un grande sforzo di energie, di emozioni, di tempo.

 

Stern (1995) ha definito come «costellazione materna» la nuova organizzazione mentale che si crea nella madre fino dall’inizio della gravidanza e segnala la nascita di una nuova identità e determina una nuova serie di azioni, sensibilità, fantasie, paure e desideri che costituiscono la linea dominante della vita psichica della donna. 

La costellazione materna riguarda tre aspetti diversi e strettamente collegati che richiedono un’importante rielaborazione psichica: 

  1. il rapporto della madre con sua madre. Diventare madre, inevitabilmente, ci porta ad un confronto ravvicinato con la maternità espressa dalla propria madre. Si fanno delle valutazioni differenti, nei termini di copioni da poter ripetere e altri da cambiare del tutto. Tutto gira intorno alla fatidica domanda “che madre voglio essere?” e l’incipit a tale risposta affonda le radici nella relazione mamma-figlia sperimentata nell’infanzia. 
  2. il rapporto della donna con se stessa in quanto madre.Questo racchiude tutte le aspettative, le speranze, le paure che una mamma, che ancora forse non si sente del tutto tale, deve affrontare. “che madre sarò?”.
  3. il rapporto con il bambino. Non si è madri in senso astratto, ma in rapporto ad un altro. Il bambino sarà determinante per la costruzione della madre. Sono madre e sono una determinata madre perché mi relaziono ad uno specifico bambino. È un processo di co-costruzione che ha delle caratteristiche peculiari e distintive di quel determinato scambio relazionale. “Che madre sono in relazione a mio figlio?”. 

Tutte queste domande, tutto il lavoro materno e l’incertezza connessa ad un passaggio così importante può generare uno stato di ‘crisi’. 

All’interno di questa crisi costruire un “figli ideale immaginario” la funzione di ridurre l’ansia e la preoccupazione e rende maggiormente concreto e, quindi, meno fumoso, il proprio futuro così nebuloso. 

Tuttavia, il risultato di questo processo è l’ideazione di un bambino immaginario che, al suo arrivo, solitamente si scontra con il bambino reale. 

Il bambino immaginario

Prima ancora di essere concepito e di nascere il bambino esiste nell’immaginario dei suoi genitori come un desiderio, che solo successivamente si fa progetto. 

È il bambino immaginario che la donna comincia ad aspettare e, aspettandolo, lo desidera. 

Il bambino immaginario nasce dalla realtà della gravidanza e appartiene alle fantasie della donna. 

Il bambino reale deve fare i conti con il bambino immaginario e spesso può essere molto diverso. 

Anche se al termine della gravidanza madre e bambino conoscono già molto l’uno dell’altro (sono numerose le recenti scoperte sulla realtà e la ricchezza della relazione feto-madre) con la nascita il loro rapporto cambia radicalmente. Questo bambino, concreto e vitale, è in definitiva «un altro bambino».

Il mondo mentale materno include ora la presenza di un figlio non più prodotto dalla fantasia, ma portatore di caratteri propri e particolari. 

Se il bambino immaginario non viene messo a fuoco e separato dal bambino reale in carne ed ossa, così come è nella sua specifica e irripetibile individualità, può correre il rischio di complicare notevolmente la vita al bambino e ai genitori.

Servirà un periodo di conoscenza reciproca e di sperimentazione per liberare il bambino reale dai condizionamenti di quello immaginario e riconoscerlo per come è e non per come noi pensiamo che sia o ci piacerebbe che fosse. 

È necessario lasciare andare quel bambino ideale, che di solito è perfetto, un essere meraviglioso, da premio Nobel, il quale risanerà le nostre ferite, farà quello che noi non abbiamo saputo o potuto fare nella vita, diventerà importante come noi non siamo diventati. 

Trasferire queste aspettative macroscopiche sul proprio figlio significa mettergli un peso sulle spalle, talmente tanto gravoso da riuscire a bloccare del tutto le risorse positive e gli slanci evolutivi personali del figlio, terrorizzato all’idea di non essere ciò che ci si aspetta da lui/lei. 

Il bambino immaginario può sopravvivere nella mente dei genitori 

a tal punto che il neonato reale nasce sconfitto. 

Cosa succede, quindi, quando il carico delle aspettative supera quello delle possibilità?

Succede che i genitori proiettano sul figlio le aspettative legate al bambino immaginario e rimangono molto delusi quando l’immagine ideale e quella reale mostrano delle discrepanze. 

Questa lotta può condizionare molto il bambino tanto da sentire la pressione di dover diventare una copia di quel bambino, senza la possibilità di essere se stesso. 

Dalle aspettative alle possibilità: essere base sicura

I nostri figli falliranno, prenderanno dei brutti voti, attueranno dei comportamenti ineducati, ci risponderanno male, ci feriranno. 

I nostri figli non saranno perfetti, come non lo siamo stati noi. 

La cosa più importante che possiamo fare per loro è non chiedergli di essere come vogliamo che siano, non chiedergli di essere perfetti, non chiedergli di diventare come quel bambino immaginario così tanto amabile e rassicurante che per mesi (e in alcuni casi per anni) abbiamo cullato nella nostra mente. 

La competenza genitoriale non è un dato acquisto, ma un work in progress, un percorso i cui parametri sono indicati dal figlio stesso, solo se viene ascoltato, guardato e pensato. 

Il nostro obiettivo non è quello di essere geni0tori perfetti, senza macchia e senza paura, ma essere per il nostro bambino BASE SICURA

Offrirgli una base d’appoggio fatta d’amore, stima, supporto, regole che gli permetta di sperimentare il mondo senza troppe insicurezze. 

Il concetto di base sicura, introdotto da Mary Ainsworth è stato particolarmente valorizzato da Bowlby che ha spiegato come un bambino, per esplorare in modo sereno l’ambiente extra-familiare, abbia bisogno di sentirsi sicuro di poter ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato.

Il bambino che ha una base sicura può attivare la funzione esplorativa, introducendosi nella relazione sé-mondo esterno.

Le relazioni sperimentate dagli individui nell’interazione con il proprio ambiente vengono interiorizzate, nel corso del tempo, sotto forma di rappresentazioni mentali, che risultano sufficientemente stabili nel corso della vita. 

Parola d’ordine: ACCETTARE

Accettare non solo il bambino per quello che è ma anche noi genitori per quello che siamo, ovvero genitori imperfetti.

L’imperfezione non è un difetto.

Dobbiamo farla trasparire, dobbiamo regalare a nostro figlio autenticità, per insegnarli che l’imperfezione si può tollerare, accettare, accogliere ed anche apprezzare. Per fargli capire che se non siamo perfetti noi non deve pensare di doverlo essere lui a tutti i costi (e spesso i costi del perfezionismo sono molto elevati). 

Solo se siamo autentici, creeremo una relazione autentica ed insegneremo l’autenticità dell’essere. 

Per approfondire

International Journal of Psychoanalysis and Education – IJPE 2009 vol. I, n° 2, Genitorialità “tra normalità e patologia”, Grazia Terrone 

Poggi, Volpe, Fava Vizziello, 1986, Bambino immaginario e bambino reale: dalla gravidanza alla maternità, Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza 53, 6, 661-672

Pazzagli, Benvenuti, La nascita nella mente della madre, Rivista italiana di Educazione Familiare, n. 2-2011, pp. 5-21

Ainsworth MD, Blehar RMC, Waters E, Wall S. Patterns of attachment.A psychological study of the strange situation. Hillsdale: Lawlence Erlbaum Associates, 1978. 

Lanzarone C. Il diritto naturale di essere se stessi. Formarsi con Lorna Smith Benjamin. La notte stellata. Rivista di psicologia e psicoterapia 2018; 1:8-28. 

Imbasciati, Dabrassi, Cena, 2007, Psicologia clinica perinatale, Piccin Nuova Libraria S.p.A., Padova 

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