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LA DIPENDENZA AFFETTIVA NON E’ UN VIZIO

Individuo, Psicoterapia, Relazione di coppia

Nascere dipendenti

C’è uno stadio all’inizio dello sviluppo dell’individuo in cui l’ambiente entra necessariamente in gioco, ha un suo posto preciso e non si può quindi evitare di dargli l’importanza che gli compete.

Il neonato non ha ancora separato il NON-ME dal ME, cosicchè, per definizione il NON-ME o l’ambiente è una parte del ME dal punto di vista dell’Io del bambino

(Winnicott, 1989 p. 487)

Ogni essere umano nasce dipendente dalla relazione con gli adulti che si prendono cura di lui/lei. Il neonato non è autonomo, ma ha estremo bisogno di un altro che possa comprendere e soddisfare i suoi bisogni primari. 

Anche l’ambiente pre-natale ha un impatto significativo sul nascituro. Ricerche svolte sui cuccioli di primati hanno dimostrato gli effetti dello stress materno sullo sviluppo post-natale, ed in particolare è stato riscontrato da Schneider (1992, 1999) che i piccoli sottoposti a stress prenatale hanno peso inferiore alla nascita, ritardo nello sviluppo motorio, span attentivo inferiore. 

Altri studi evidenziano come alcuni aspetti dell’ambiente e delle cure neonatali, come per esempio l’handling (manipolazione) attutiscano gli effetti dannosi sullo sviluppo neonatale dell’esposizione a stress prenatale (Vallee 1997). 

L’ambiente (in particolar a livello relazionale), quindi, ha un impatto alquanto significativo e non solo nelle prime fasi evolutive, ma per tutto l’arco della vita, in quanto siamo tutti dipendenti dall’ambiente in cui viviamo: fisico, materiale, culturale e sociale.  

Siamo, quindi, fisiologicamente ed antropologicamente tutti “dipendenti”, ma il confine tra la dipendenza sana e quella patologica è insita nei costrutti di flessibilità, autonomia e differenziazione

Si è sempre dipendenti da qualcosa o da qualcuno, il problema è solo relegato alla tipologia di dipendenza, viva se il legame evolve e si trasforma nel tempo; morta se esso invece incatena le persone nella ricorsività statica della non crescita” 

(Scurti P., 2021 p. 62).

La dipendenza “morta” di natura affettiva

In ogni legame affettivo vi è dipendenza che, se assume determinate caratteristiche, può essere definita sana. Il termine dipendenza non ha sempre connotazioni negative.

Quando la dipendenza si tramuta in schiavitù che non lascia spazio all’individualità, alla libertà, alla gioia, diventando un legame costrittivo ed ossessivo allora siamo di fronte ad un groviglio di dinamiche distruttive e tossiche. 

La dipendenza affettiva patologica è il risultato dell’intersezione tra il potere che il partner ha ed il potere che la persona è disposta ad attribuire e cedere al partner.

La dipendenza si realizza all’interno di una relazione, dove uno dei due partner sposta il proprio baricentro esistenziale vero l’altro attivando un percorso dal Sé alla coppia, e può assottigliarsi solamente tramite il percorso inverso: dalla coppia al Sé

La dipendenza non è un vizio, ne è una malattia ma è un processo che si innesca quando una persona, nel contatto con un particolare oggetto si sperimenta in maniera diversa e legge tale ristrutturazione del sé come positiva e più funzionale.

“E’ la convinzione individuale in seguito ad un’esperienza soggettivamente interpretata, di avere trovato in un posto e solo in quel posto la risposta fondamentale ai propri bisogni e desideri essenziali: che non è possibile soddisfare altrimenti” (Rigliano, 1998).

La dipendenza affettiva come fuga

I comportamenti additivi ad orientamento affettivo servono per gestire e/o evitare il mare emozionale interno fatto di correnti di varie intensità: il dolore, l’abbandono, la paura della solitudine, l’impulsività, la preoccupazione, la rinuncia, la frustrazione.

Questo mare è ingestibile ed è necessario trovare una distanza, convincendosi di essere su una spiaggia meravigliosa che potrà appagare tutti i desideri piuttosto che sentire la fatica nello stare annaspando al largo. 

La dipendenza, allora, funge da salvagente illusorio che estranea da se stessi. 

Il partner diventa un’esigenza, un bisogno, qualcosa a cui aggrapparsi, in cui specchiarsi, a cui tendere.

L’altro è tutto!

Ma questo tutto assottiglia la libertà e l’autonomia. Ogni dipendenza, secondo Giddens, è una reazione difensiva ed una fuga, un riconoscimento di mancanza di autonomia che getta un’ombra sulle capacità dell’Io.

 

“Io esisto solo attraverso la relazione con il mio partner, da sol* non sono nulla”.

Queste sono delle vere e proprie credenze limitanti che fungono da ostacolo all’evoluzione personale. I dipendenti affettivi non hanno molti gradi di libertà perché la relazione di coppia, il loro bisogno di quella relazione, è una gabbia all’interno della quale è impossibile muoversi fluidamente. 

Le dipendenze affettive hanno molti volti, tante voci. Ma il dolore si presenta sempre uguale. Il meccanismo invisibile che si ripete ancora e ancora. Una donna che, come in un incantesimo malvagio, cercando di sfuggire al suo destino, si ritrova ad ogni giro della sua vita a realizzarne un pezzo. I fantasmi sono invincibili e solo quando si ha la forza ed il coraggio di dare loro un volto ed una storia finalmente smettono di perseguitarla”. 

Scurti P., 2021

Per approfondire:

Scurti P., 2021, Psicoterapia delle dipendenze: contesti, percorsi e strumenti terapeutici, Franco Angeli

Francois-Xavier Poudat, 2005, La dipendenza amorosa. Quando l’amore e il sesso diventano una droga

Guerreschi C., 2011, La dipendenza affettiva. Ma si può morire anche d’amore? Franco Angeli

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