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Psiche e Social Media

Psicoterapia

Quale confine tra volto e maschera?

In questo articolo condivido le mie riflessioni sulle maschere che, spesso, si indossando come scudo protettivo all’interno dei contesti relazionali.
Qual è il confine tra volto e maschera?
Tra persona e personaggio?
Tra figura e sfondo?

La maschera è la persona?

L’atto di indossare una maschera è un gesto antico, riscontrabile in numerose culture, in epoche diverse, in evenienze socio-spirituali multiformi. Questo atto risponde ad esigenze differenti e svolge numerose funzioni: rappresentativa, comunicativa, emotiva, indicativa, occultante, magico-rituale, sociale. 

C’è una maschera quando vi è una relazione, un passaggio trasformativo (basti pensare, ad esempio, alle maschere poste sul viso del defunto per renderlo immortale), un messaggio da comunicare. Dove c’è relazione, qualsiasi essa sia, c’è attribuzione di ruoli che i soggetti svolgono e giocano attraverso le proprie maschere. 

In maniera più o meno consapevole, la persona sente il bisogno di utilizzare un filtro che agisca da mediatore con il mondo esterno

Incarnare un ruolo, soprattutto se questo è socialmente condiviso, aiuta a semplificare le relazioni, a far sì che ognuno possa muoversi con sicurezza anche su terreni poco conosciuti e insidiosi (Damasso, 2017). Le maschere, dunque, possono fungere da mappa che consente alla persona di affrontare i contesti relazionali con una minor quota di sforzo e preoccupazione, poichè le proprie azioni vengono attinte all’interno di un ventaglio di comportamenti, regole, attese e principi richiesti in maniera, esplicita ed implicita, dai diversi contesti sociali. 

Ma cosa accade ad una persona che si perde o precipita nella sua maschera?

Per Jung il rischio è che l’individuo si identifichi troppo con essa, diventando estraneo a se stesso, perdendo la sua autonomia e riducendosi ad essere solo un riflesso sociale (Trentini, 2004, p. 60).

Egli può arrivare a credere di essere esclusivamente ciò che rappresenta (Jung, 1948, p. 110).

Il pericolo latente della maschera è, dunque, quello che si possa giungere ad un drammatico (per la sua irreversibilità) fenomeno di inversione di ruolo tra l’uomo e la maschera (Chevalier, Gheerbrant, 1999, p. 72). Inversione in cui l’uomo non ha altro che quella maschera e la maschera è quell’uomo (Bonvecchio, 2002, p. 22).

La persona, impadronendosi della vita della maschera, ne accetta la mistificazione e finisce col credere che gli altri scambino la sua maschera per un volto. Dopo aver dissimulato se stesso, l’individuo si convince di poter simulare attivamente. 

La maschera rappresenta, dunque, la sintesi ingenua tra due contrari fra loro molto vicini: la dissimulazione e la simulazione (Bachelard, 2008, p. 167). 

Quello che nella cultura giapponese viene inteso come la dicotomia tra omote e ura, ovvero tra la facciata e il lato nascosto. D’altronde senza un “aldilà”, senza il volto vero su cui poterla poggiare, non ci sarebbe neanche una maschera, così come senza una parte in ombra non ci sarebbe quella esposta alla luce, senza uno sfondo non ci sarebbe la figura in primo piano. 

La presenza della maschera, in maniera forse paradossale, 

ci convince dell’assoluta esistenza di un volto autentico dietro di essa, il quale ha creduto di non potersi mostrare.

L’intervento psicologico di supporto, a mio avviso, ha il dovere di percorrere quel tragitto che va dal volto alla maschera e dalla maschera al volto, in modo da slegarli, per far sì che volto e maschera possano guardarsi reciprocamente, diventando uno lo specchio dell’altra. Solamente questo tipo di movimento è capace di generare una trasformazione silenziosa, uno switch tra maschera e volto, dove la persona rimasta all’ombra per molto tempo, forse per tutta la vita, torni a prendere arialucecalore ed opportunità.

A volte le persone non hanno contezza della maschera. È necessario che la sollevino dal loro viso, la guardino e se ne distanzino progressivamente. Potrebbe essere un movimento terrifico, nelle prime battute, in quanto non hanno consapevolezza di chi siano senza di essa. Si sentono nudi ed indifesi nel mostrarsi, nel guardarsi forse per la prima volta.

L’uso della maschera sui profili social

A chi non è capitato di indossare una maschera nel contesto lavorativo, amicale, familiare, almeno una volta, in una situazione che necessitasse di una recita di circostanza, di un sorriso forzato?

Le maschere che a volte indossiamo, se sono flessibili e di breve indosso, possono agevolarci nella gestione del quotidiano. Questione differente è se si tratta di maschere rigide che imprigionano l’energia vitale e che rendono la persona incapace all’autodeterminazione, che sono sinonimo di impotenza appresa

Diverso è se la persona ha creato attorno a sé un kòilon teatrale greco di fronte al quale recitare, virtualmente ed in presenza, sceneggiature varie di un personaggio Sé che non è del tutto autentico. Questo è il caso di coloro che indossano quotidianamente maschere sociali attraverso le quali ricevere immagini positive e salvifiche circa la propria persona. 

Allora i like, i follower, le visualizzazioni, i commenti sono l’elemento che misura il valore personale e la community social diventa una vera e propria “famiglia sostitutiva” (Bowen, 1979 p. 67). Ma le famiglie sostitutive non sono un buon sostituto della famiglia vera, delle relazioni in carne ed ossa, della prossimità fisica.  Possono portare ad un periodo di vita abbastanza buono, essendo in grado di infondere gratificazione, finchè la reciprocità è calma. Queste cinture sociali, però, hanno scarsa tolleranza allo stress e si annoiano facilmente. 

I movimenti rivolti alla fama, generati dalla fame di stima, di affetto, di attenzioni (forse perché scarse nella propria esperienza evolutiva) è gratificante, utile, funzionale, ma fittizio. 

Le falle emergono quando gli “amici” voltano le spalle premiando un altro following. E allora il teatro social crolla come un castello di carte. E queste persone rischiano, senza la loro sceneggiatura e le proprie maschere, di non sapere più chi siano. 

È come se chi vive su e attraverso i social media cammini come un acrobata su una fune evitando, in tutti i modi, di cadere nel vuoto della disistima relazionale, utilizzando spesso la sovrastima delle proprie capacità e caratteristiche. 

L’apparenza ha un peso specifico superiore rispetto che l’essenza.

 La conseguenza di tale processo è, come scrive Pirandello, che a volte tale persona rimanga imbrigliata nel suo stesso progetto espositivo finendo deformata, non si conoscendosi affatto. 

Non ha per sè alcuna realtà propria, è in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile. Lo conoscono gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che gli avevano data; cioè vedono in lui ciascuno un Valerio che non è lui non essendo lui propriamente nessuno per se stesso: tanti me quanti essi erano e tutti più reali di lui che non ha per se stesso, ripeto, nessuna realtà.

L’essere persona: la distanza emotiva di sicurezza dalla community

Non voglio di certo demonizzare i social media, anzi li ritengo assolutamente utili, ma penso che sia necessario mantenere una certa “distanza emotiva di sicurezza” per evitare di rimanere incastrati nelle dinamiche illusorie dell’apprezzamento social.

Tutti, chi più chi meno, desideriamo essere apprezzati, ma ciò deve essere raccolto sulla base del nostro vero Sé e non attraverso immagini photoshoppate, idee mistificate, realtà inesistenti. 

Fa molta più paura mostrarsi per ciò che si è piuttosto che attraverso un surrogato di se stessi. È più sicuro l’impersonare un ruolo piuttosto che essere persona. 

“Le nostre vite sono piene di ruoli, ma se ho la mia integrità sono anche una persona con la mia vita in quanto tale. I ruoli, però, premono continuamente sulle nostre vite. Vi è la necessità di risolvere la lotta tra persona e ruolo” [Whitaker,1990, p. 126).

A mio avviso, è utile conoscere le radici, le sfumature, i contorni della propria identità. Avere consapevolezza di se stessi, in rapporto alle proprie risorse e alle aree di miglioramento. 

Partire da sé per arrivare al Sé. 

Non è semplice conoscersi e riconoscersi e, a volte, può far paura guardarsi allo specchio così come si è, con le occhiaie, le rughe, i capelli bianchi, le imperfezioni. Ma sono proprio quelle che crediamo essere imperfezioni che ci rendono unici.

Non puntiamo all’omologazione, ma alla creativa ricerca ed espressione del personale mondo interiore. 

Ognuno di noi ha un valore intrinseco e la cosa migliore che possiamo fare per noi stessi è scoprirne le profondità e metterle in luce.

Bibliografia

Damasso M., Pulcinella tra Maschera e Persona: un’esperienza di psicoterapia, Babel 35, 2017

Trentini G. (a cura di), Le voci dell’io e il concerto dei valori, Milano: Franco Angeli, 2004

Jung C. G., L’Io e l’Inconscio (Die Beziehungen zwischen dem Ich und dem Unbewussten, 1928), trad. di Arrigo Vita, Torino: Boringhieri Editore, 1948

Chevalier J., Gheerbrant A., Dizionario dei simboli – volume II, trad. it. Margheri Pieroni M. G., Sordi I., Milano: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 1999

Bonvecchio C., La maschera e l’uomo. Simbolismo, comunicazione e politica, Milano: Franco Angeli, 2002

Bachelard G., Il diritto di sognare, trad. it. Bianchi M., Bari: Edizioni Dedalo, 2008

Ortu C., Maschere del mondo, Ilmiolibro self publishing, 2012 

Bowen M., Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare. Roma: Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, 1979

Whitaker C. A., Midnight musings of a family therapist. New York: W. W. Norton and Company, 1989 trad. it. Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia. Roma: Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, 1990

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